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venerdì 26 giugno 2015

I 7 OGGETTI DI INANNA / I CARRI CELESTI DI GIACOBBE - EZECHIELE- ELIA

Come dimostrano i testi sumerici e accadici, i popoli dell'antico Medio Oriente erano certi che gli Dèi del Cielo e della Terra potessero alzarsi dalla Terra e salire al Cielo, come pure vagare nei cieli a loro piacimento. In un testo che narra di una violenza subita da Inanna/Ishtar da parte di un individuo non meglio identificato, costui giustifica così il suo atto:

Un giorno la mia Regina
dopo aver attraversato il cielo, e poi la terra -
Inanna,
dopo aver attraversato il cielo, e poi la terra -
dopo aver attraversato Elam e Shubur...
si avvicinò stanca e si addormentò.
Io la vidi dalla soglia del mio giardino;
la baciai, mi unii a lei.

Inanna, dunque, viaggiava da una parte all'altra del cielo, coprendo enormi distanze: un'impresa possibile solo volando. E, in un'altra occasione, è la dea stessa a parlare del suo volo. In un testo che S. Langdon (in «Revue d'Assyriologie et d'Archeologie Orientale») intitolò Una liturgia classica di Innini, la dea si lamenta di essere stata espulsa dalla sua città. Obbedendo a un ordine di Enlil, un suo emissario, che «mi portò la parola del Cielo», entrò nella sala del trono, «mi mise addosso le sue mani sporche» e, dopo altre umiliazioni,Dal mio tempio mi costrinsero a volar via.Una regina come me, dalla mia città,come un uccello mi fecero prendere il volo.La capacità di volare, di Inanna come di tutti i principali dèi,veniva spesso rappresentata nelle raffigurazioni artistiche - che per il resto erano sempre antropomorfe - con delle ali. Le ali, come si può vedere da numerose raffigurazioni, non facevano parte del corpo: non erano dunque ali naturali, ma piuttosto un'aggiunta decorativa all'abito del dio (figura 58).

Inanna/Ishtar, i cui lunghi viaggi sono ricordati in molti testi antichi, faceva la spola tra il suo iniziale dominio di Aratta e la tanto desiderata dimora di Uruk. Andò da Enki a Eridu e da Enlil a Nippur, e si recò a far visita a suo fratello Utu nella sua sede di Sippar. Ma il suo viaggio più famoso fu quello che compì negli Inferi, regno di sua sorella Ereshkigal. Questo viaggio costituì il tema non soltanto di racconti epici, ma anche di raffigurazioni artistiche su sigilli cilindrici, che mostrano la dea munita di ali, per sottolineare il fatto che in volo era andata da Sumer agli Inferi (figura 59).
I testi che raccontano questo viaggio pericoloso ci dicono che, prima di prendere il volo, Inanna si mise addosso sette oggetti, che dovette poi via via abbandonare passando attraverso le sette porte che conducevano alla dimora di sua
sorella. Sette oggetti simili vengono anche citati in altri testi relativi ai viaggi celesti di Inanna:



1. La SHU.GAR.RA si mise sulla testa.
2. "Pendenti misuratori" alle orecchie.
3. Catene di piccole pietre blu attorno al collo.
4. "Pietre" gemelle sulle spalle.
5. Un cilindro d'oro nelle mani.
6. Cinghie che le stringevano il petto.
7. La veste PALA, avvolta attorno al corpo.

Anche se nessuno è ancora riuscito a spiegare la natura e il significato di questi sette oggetti, siamo certi che la risposta è già a portata di mano. Durante la campagna di scavi che dal 1903 al 1914 interessò l'area di Assur, la capitale assira, Walter Andrae e i suoi colleghi portarono alla luce nel tempio di Ishtar una statua della dea che, sebbene alquanto danneggiata, mostrava diversi marchingegni attaccati al petto e alla schiena. Nel 1934 un'altra squadra di archeologi impegnata a Mari si imbatté in una statua analoga, e questa volta intatta, sepolta sotto terra. Essa rappresentava una bella donna a grandezza naturale, con in testa un copricapo adorno con un paio di corna, chiaro segno che si trattava di una dea. Pur avendo circa 4.000 anni, quella statua era talmente somigliante a un essere umano da sembrare quasi viva, tanto che in una fotografia si riusciva a stento a distinguerla dalle persone che le stavano intorno. Gli archeologi la chiamarono La dea con un vaso, poiché teneva in mano un oggetto cilindrico (figura 60).
A differenza delle incisioni o dei bassorilievi, questo tipo di rappresentazione della dea, tridimensionale e a grandezza naturale, rivela interessanti particolari di abbigliamento. In testa Inanna non indossa un elegante cappellino, ma uno speciale elmetto, dal quale sporgono due oggetti calcati sulle orecchie, che ricordano le cuffie di un pilota. Attorno al collo e sul petto compare una collana fatta di piccole pietre, probabilmente preziose, mentre le mani reggono un oggetto cilindrico che sembra troppo spesso e pesante per essere un vaso per l'acqua. Sopra una blusa di tessuto trasparente, il torace della dea è attraversato da due cinghie parallele che si uniscono dietro e reggono, dietro il collo, una strana scatola di forma rettangolare, strettamente legata all'elmetto per mezzo di un laccio orizzontale.La scatola doveva contenere qualcosa di molto pesante, perché sulle spalle della dea vi sono due grandi spalline con funzione di sostegno. Ad accrescere ulteriormente il peso della scatola vi è anche un tubo legato alla base da un morsetto circolare. L'insieme di questi strumenti - perché di questo senza dubbio si tratta -viene tenuto fermo da due serie di cinghie che attraversano la schiena e il torace della statua. E evidente la corrispondenza tra i sette oggetti di cui Inanna aveva bisogno per i suoi viaggi nel cielo e l'abbigliamento che caratterizza la statua di Mari (e probabilmente anche quella mutilata trovata nel tempio di Ishtar ad Assur). Ritroviamo infatti i "pendenti misuratori" - le cuffie - alle orecchie; le file o "catene" di piccole pietre attorno al collo; le "pietre gemelle" - le due spalline - sulle spalle; il "cilindro d'oro" tra le mani e le cinghie che le stringono il petto. La dea è poi effettivamente avvolta nella "veste PALA" ("veste da sovrano") e ha in testa l'elmetto SHU.GAR.RA, una parola che letteralmente significa "ciò che fa andare lontano nell'universo". L'impressione, dunque, è che Inanna sia vestita da aeronauta, o da astronauta. L'Antico Testamento chiamava gli "angeli" del Signore malachim - letteralmente "emissari", che portavano i messaggi degli dèi e ne eseguivano gli ordini. Come molte fonti lasciano intuire, si trattava di una sorta di "aviatori" divini: Giacobbe li vide salire al cielo su una scala, ad Hagar (concubina di Abramo) essi parlarono dal cielo, e furono sempre loro che, dall'aria, portarono la distruzione a Sodoma e Gomorra. Il racconto biblico dei fatti che precedettero la distruzione delle due peccaminose città fa capire che questi due emissari erano, da una parte, del tutto antropomorfi, e, dall'altra, che potevano a prima vista essere scambiati per "angeli". Sappiamo che apparivano sempre improvvisamente. Abramo «levò lo sguardo ed ecco, vi erano tre uomini in piedi davanti a lui».Inchinandosi a loro e chiamandoli "miei Signori", li supplicò: «Non passate sopra il vostro servo senza fermarvi», e li convinse a lavarsi i piedi, riposarsi e mangiare. Dopo aver fatto ciò che Abramo aveva richiesto, due degli angeli (il terzo "uomo" si rivelò essere il Signore stesso) proseguirono per Sodoma. Lot, il nipote di Abramo, «era seduto alle porte di Sodoma; e quando li vide si alzò per andare loro incontro e si prostrò a terra dicendo: "Vi prego, miei Signori, fatemi l'onore di venire nella casa del vostro servo a lavarvi e piedi e a passare la notte". Quindi "preparò per loro un banchetto, ed essi mangiarono". Quando si diffuse in città la notizia dell'arrivo dei due, tutti gli abitanti della città, giovani e vecchi, circondarono la casa, chiamarono a gran voce Lot e gli dissero: "Dove sono gli uomini che stanotte sono venuti da te?"». Uomini, dunque: esseri umani che mangiavano, bevevano, dormivano e si lavavano i piedi affaticati, e tuttavia esseri che, a prima vista, tutti riconoscevano come angeli del Signore. Come è possibile? L'unica spiegazione plausibile è che la gente li riconoscesse dal loro abbigliamento - elmetti o uniformi - o dalle armi che portavano. Che essi portassero armi speciali è certamente possibile: quando i due "uomini", arrivati a Sodoma, rischiarono di essere linciati dalla folla, si difesero «colpendo la gente all'entrata della casa con la cecità... e la gente non riusciva più a trovare la porta». E un altro angelo, apparso questa volta a Gedeone quando questi fu scelto come Giudice di Israele, gli diede un segno divino toccando con il suo bastone una roccia, dalla quale cominciò a scaturire una fiamma. La squadra di archeologi guidata da Andrae scoprì poi un'altra insolita raffigurazione di Ishtar nel suo tempio ad Assur. Più simile a una pittura murale che a un bassorilievo, essa mostra la dea con un aderente elmetto decorato e munito di grandi "cuffie"; gli occhi sono coperti da due occhialoni che sono parte integrante dell'elmetto (figura 61).
È evidente che chiunque, trovandosi di fronte una persona così bardata, avrebbe l'impressione di trovarsi davanti a un aeronauta divino. Altre statuine d'argilla trovate in siti archeologici sumerici e databili a circa 5.500 anni fa potrebbero anch'esse essere grossolane rappresentazioni di malachim dotati di armi simili a bacchette. In una di queste statuine il volto è visibile solo attraverso la visiera dell'elmetto, mentre in un'altra l'"emissario" indossa il copricapo conico tipico degli dèi e una divisa ornata da oggetti circolari di cui non si conosce la funzione (figure 62 e 63).
Gli "occhialoni" di queste statuine sono una caratteristica molto interessante, perché il Medio Oriente del IV millennio a.C. era letteralmente invaso da sculture molto sottili che raffiguravano in maniera stilizzata la parte superiore del corpo delle divinità, esagerandone la caratteristica più evidente: un elmetto conico con una visiera o occhialoni di forma ellittica (figura 64). Una serie di statuine di questo genere fu trovata a Teli Brak, un sito preistorico sul fiume Khabur, sulle cui rive, parecchi millenni dopo, Ezechiele avrebbe visto il carro divino. Senza dubbio non è una semplice coincidenza che gli Ittiti, legati a Sumer e Akkad attraverso l'area di Khabur, abbiano adottato come segno scritto per indicare gli dèi il simbolo chiaramente tratto dagli "occhi" delle statuette. E non c'è da stupirsi se questo simbolo o geroglifico indicante in maniera artistica l’"essere divino" sia stato assorbito e abbia finito per dominare l'arte non soltanto dell'Asia Minore, ma anche gli albori di quella greca durante i periodi minoico e miceneo (figura 65).
 Gli antichi testi indicano che gli dèi indossavano il loro abbigliamento speciale non soltanto quando volavano nei cieli più vicini alla Terra, ma anche quando salivano a quelli più lontani. Parlando delle sue occasionali visite ad Anu nella sua dimora celeste, Inanna stessa spiegava che poteva affrontare un simile viaggio perché «Enlil stesso ha avvolto attorno al mio corpo il divino abbigliamento ME». Il testo riferisce le parole di Enlil a Inanna:

Tu hai innalzato il ME,
Hai stretto il Me nelle tue mani,
Hai raccolto il ME
Lo hai legato al tuo seno...
O regina di tutti i ME, o luce radiosa
che con la mano tieni i sette ME.

Un antico sovrano di Sumer, che secondo i testi fu invitato dagli dèi a salire al cielo, si chiamava EN.ME.DUR.AN.KI, che letteralmente significa "sovrano il cui me collega Cielo e Terra". Un'iscrizione di Nabucodonosor II, in cui si parla della ricostruzione di un alloggio speciale per il "carro celeste" di Marduk, afferma che esso faceva parte della "casa fortificata dei sette me di Cielo e Terra". Gli studiosi definiscono i me "oggetti dal potere divino". Letteralmente il termine si collega al concetto di "acque celesti in cui nuotare". Inanna ne parlava come di parti dell'abbigliamento che indossava quando viaggiava a bordo della Barca del Cielo: essi dovevano quindi appartenere alla speciale attrezzatura che occorreva per volare sia nei cieli più vicini alla Terra sia nello spazio aperto. Secondo la leggenda greca, Icaro tentò di volare per mezzo di ali piumate fissate al corpo con della cera. Ma la documentazione che ci è giunta dall'antico Medio Oriente dimostra che, anche se talvolta gli dèi venivano raffigurati con le ali per indicare la loro capacità di volare, in realtà quando si alzavano in volo non si servivano mai di ali attaccate al corpo, bensì di speciali veicoli atti allo scopo. Dall'Antico Testamento sappiamo che il patriarca Giacobbe, mentre passava la notte in un campo fuori Haran, vide "una scala che dalla terra arrivava fino al cielo", sulla quale "angeli del Signore" si affannavano ad andare su e giù. In cima alla scala stava il Signore stesso. E Giacobbe, sbalordito, "si impaurì e disse":

Ecco, un Dio è presente in questo luogo,
e io non lo sapevo...
Quanto timore incute questo posto!
In verità, questa non è altro che la Dimora del Signore
e questa è la Porta del Cielo.

Due sono gli spunti interessanti di questo racconto. Il primo è che le entità divine che andavano su e giù per questa "Porta del Cielo" utilizzavano uno strumento meccanico - una "scala". Il secondo è che tale apparizione prese Giacobbe completamente di sorpresa. La "dimora del Signore", la "scala" e gli "angeli del Signore" che salivano e scendevano non c'erano quando Giacobbe si mise a dormire nel campo; poi, improvvisamente, ecco la "visione", e allo spuntar dell'alba la "scala" e i suoi occupanti erano già scomparsi. Che cosa se ne può concludere? Forse che l'armamentario utilizzato da questi esseri divini era una qualche sorta di navicella che poteva apparire improvvisamente, starsene sospesa per un po' e poi scomparire di nuovo. L'Antico Testamento, poi, ci dice che il profeta Elia non morì sulla Terra, ma «salì al Cielo portato da turbine di vento». E non si trattò di un evento improvviso e inaspettato, ma anzi accuratamente preparato. Fu detto a Elia di andare a Beth-El ("la casa del Signore") in un determinato giorno, e tra i suoi discepoli si era già diffusa la voce che egli stava per essere assunto in cielo. Quando chiesero al suo aiutante se la voce rispondeva al vero, egli confermò che sì, in effetti «oggi il Signore porterà via il Maestro». Quindi 

Apparve un carro di fuoco,
e cavalli di fuoco...
Ed Elia salì al Cielo
portato da un turbine di vento.

Ancora più famoso, e certamente meglio descritto, è il carro celeste che vide il profeta Ezechiele, il quale viveva tra i deportati ebrei sulle rive del fiume Khabur, nel nord della Mesopotamia.

I cieli si aprirono
e io vidi l'aspetto del Signore.

Quello che Ezechiele vide era un'entità con sembianze umane, avvolta da un alone di luce, seduta su un trono che poggiava su un "firmamento" di metallo all'interno del carro. Il veicolo stesso, che poteva muoversi in tutte le direzioni per mezzo di ruote concentriche e sollevarsi verticalmente da terra, era descritto dal profeta come un turbine splendente.
 
E ho visto
un turbine di vento proveniente da nord,
come una grande nuvola con lampi di fuoco
e splendore tutto intorno.
E all'interno di esso, proprio dentro il fuoco,
vi era una luce, come un alone splendente.

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