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martedì 19 maggio 2015

Il Pianeta degli Dei : "la civiltà sorta dal nulla "- (Parte 1/3)


Per lungo tempo l'Occidente credette che la propria civiltà fosse un dono di Roma e della Grecia. Eppure gli stessi filosofi greci scrissero più volte di aver attinto a fonti antecedenti. Chi tornava in Europa dopo un viaggio in Egitto, poi, raccontava che in quella terra esistevano grandiose piramidi e città-tempio semisepolte nella sabbia, a guardia delle quali stavano strani animali di pietra chiamate sfingi. Quando, nel 1799, Napoleone arrivò in Egitto, portò con sé alcuni studiosi perché esaminassero e spiegassero questi antichi monumenti. Uno dei suoi ufficiali trovò vicino a Rosetta una lastra di pietra che recava inciso un proclama del 196 a.C.nell'antica scrittura pittografica egizia (geroglifici), oltre che in due altre forme di scrittura. Una volta decifrata la scrittura egizia, l'Occidente comprese,anche grazie ai ritrovamenti archeologici che seguirono, che l'Egitto aveva conosciuto un alto livello di civiltà ben prima dell'avvento dei Greci. Le fonti egizie parlavano di dinastie reali - cominciate intorno al 3100 a.C. - due millenni prima che vedesse la luce la civiltà greca, che raggiunse il periodo di massimo splendore solo nel V e IV secolo a.C. E dunque da ricercarsi in Egitto l'origine della nostra civiltà? Per quanto logica sembri tale conclusione, i fatti sembrano in realtà smentirla. Gli studiosi greci descrissero sì i loro viaggi in Egitto, ma le antiche fonti di conoscenza delle quali parlavano furono ritrovate altrove. Le culture pre-ellenistiche del Mar Egeo - la civiltà minoica sull'isola di Creta e quella micenea nella Grecia continentale - mostravano legami più con la cultura dell'area medio-orientale che con quella egizia. La Siria e l'Anatolia, non l'Egitto, erano le arterie principali attraverso cui i Greci avevano potuto attingere a una civiltà precedente. L'invasione della Grecia da parte dei Dori e quella della terra di Canaan da parte degli Israeliti in seguito all'Esodo dall'Egitto erano avvenute più o meno nello stesso periodo (verso il XII secolo a.C). Partendo da questo presupposto, gli studiosi si sono messi alla ricerca di eventuali analogie tra la civiltà semitica e quella ellenica, e ne hanno trovate molte. Il professor Cyrus H. Gordon (Forgotten Scripts; Evidence for the Minoan Language; «Scritti dimenticati; Testimonianze della lingua minoica») inaugurò un nuovo filone di studi dimostrando che un'antica scrittura minoica, chiamata Lineare A, rappresentava in realtà una lingua semitica. Egli ne concluse che «il modello (distinto dal contenuto) delle civiltà ebraica e minoica era per molti versi lo stesso», e notò inoltre che il nome dell'isola, Creta, pronunciato alla maniera minoica Kere-ta, era uguale alla parola ebraica Ke-re-et ("città cinta di mura") e si ritrovava in un racconto semitico in cui si parlava di un re di Keret. Anche l'alfabeto greco, dal quale derivano quello latino e anche i nostri moderni alfabeti, proveniva dal Medio Oriente. Gli antichi storici greci scrissero che un fenicio di nome Kadmus ("antico") portò loro l'alfabeto, che comprendeva lo stesso numero di lettere, nel medesimo ordine, di quello ebraico; era questo l'unico alfabeto greco in uso al tempo della guerra di Troia.Fu poi il poeta Simonide di Ceo, nel v secolo a.C, ad aumentare a 26 il numero delle lettere. Il fatto che la scrittura greca e quella latina, come del resto tutta l'ossatura della nostra cultura occidentale, fosse stata importata dal Medio Oriente risulta evidente se confrontiamo ordini, nomi e segni dell'alfabeto originario medio-orientale con quello greco antico, molto più recente, e con quello latino,ancora più recente (figura 4).Gli studiosi sapevano bene, ovviamente, che i Greci avevano avuto contatti con il Medio Oriente nel I millennio a.C, contatti culminati con la sconfitta dei Persiani da parte di Alessandro il Macedone nel 331 a.C. Le fonti greche contenevano molte informazioni su questi Persiani e sulle loro terre (che corrispondono approssimativamente all'odierno Iran). Analizzando i nomi dei loro re - Ciro, Dario, Serse - e delle loro divinità, che sembrano appartenere al ceppo linguistico indoeuropeo, gli studiosi giunsero alla conclusione che essi appartenevano a quel popolo ariano ("signore") comparso nei pressi del Mar Caspio verso la fine del II millennio a.C. e diffusosi poi verso ovest in Asia Minore, verso est in India e verso sud in quelle che l'Antico Testamento chiamava "le terre dei Medi e dei Parsi".
(1) "H", comunemente translitterata come "H" per semplicità, è pronunciata in sumerico e nelle lingue semitiche come "CH" nello scozzese o tedesco "loch".
(2) "S", comunemente translitterata come "S" per semplicità, è pronunciata in sumerico e nelle lingue semitiche come "TS".Eppure le cose non erano così semplici. Nonostante la presunta origine straniera di questi invasori, l'Antico Testamento li tratta come parte integrante degli eventi biblici. Ciro, per esempio, è considerato un "Unto di Yahweh", il che è piuttosto strano per un non-ebreo. Secondo il Libro di Esdra, poi, Ciro accettò la missione di ricostruire il Tempio di Gerusalemme e affermò di agire in base agli ordini di Yahweh,che egli chiamava "Dio del cielo".Ciro e gli altri re della sua dinastia chiamavano se stessi con il nome di Achemenidi, dal titolo adottato dal fondatore della dinastia stessa, Hacham-Anish. Questo titolo non era affatto ariano, ma semitico, e significava "uomo saggio". Tutto considerato, gli studiosi non hanno mai approfondito i molti punti che avrebbero potuto far pensare ad analogie tra il Dio ebraico Yahweh e la divinità che gli Achemenidi chiamavano "Saggio Signore", e che nelle raffigurazioni, per esempio nel sigillo reale di Dario (figura 5), compariva nei cieli all'interno di una sfera alata. È ormai accertato che le radici culturali, religiose e storiche di questi antichi Persiani risalgono ai precedenti imperi di Babilonia e di Assiria, di cui l'Antico Testamento documenta la diffusione e la successiva caduta.
I simboli che compaiono sui sigilli e sui monumenti degli Achemenidi furono in un primo tempo ritenuti elementi puramente decorativi. Solo nel 1686 Engelbert Kampfer, dopo aver visitato Persepoli, l'antica capitale persiana, definì quei segni "cuneati" e capì che rappresentavano vere e proprie lettere a forma di cuneo. Da allora quella forma di scrittura venne chiamata "cuneiforme".Via via che si procedeva a decifrare le iscrizioni degli Achemenidi, divenivano sempre più evidenti le analogie con le iscrizioni trovate su antichi oggetti artigianali e tavolette in Mesopotamia, la terra che si trovava tra i fiumi Tigri ed Eufrate. Dapprima si trattò di ritrovamenti isolati, sparsi qua e là, finché l'archeologo francese Paul-Emile Botta organizzò, nel 1843, la prima grande spedizione archeologica mirata. Per essa scelse un luogo della Mesopotamia settentrionale, chiamato oggi Khorsabad, vicino all'attuale Mosul. Ben presto Botta potè stabilire che le iscrizioni cuneiformi parlavano di un luogo chiamato Dur Sharru Kin. Erano iscrizioni semitiche, in una lingua sorella di quella ebraica, e il nome significava "la città cinta di mura del re giusto". Questo re nei nostri testi è chiamato Sargon II. La città citata nelle iscrizioni era la capitale del regno assiro; al suo centro vi era un magnifico palazzo reale le cui mura erano ornate di bassorilievi che, messi uno vicino all'altro, si estendevano per oltre un miglio. Dominava la città e il complesso reale una piramide a gradini chiamata ziggurat, che fungeva da "scala verso il paradiso" per gli dèi (figura 6).
L'impianto della città e le sculture facevano pensare a uno stile di vita complesso ed estremamente avanzato. Palazzi, templi, case, stalle, magazzini, mura, colonne, decorazioni, statue, opere d'arte, torri, cinte di difesa, terrazze, giardini: tutto venne completato in soli cinque anni. Secondo Georges Contenau (La vie quotidienne à Babylone et en Assyrie, «La vita quotidiana a Babilonia e in Assiria»), «l'immaginazione vacilla di fronte alla potenziale forza di un impero che è riuscito a fare tanto in così poco tempo», circa 3.000 anni fa.
Dopo i Francesi, anche gli Inglesi, non volendo essere da meno, organizzarono una spedizione archeologica. Se ne occupò Sir Austen Henry Layard, che scelse per gli scavi un sito a una decina di miglia da Khorsabad, sul fiume Tigri. Quel luogo, che gli indigeni chiamavano Kuyunjik, si rivelò essere Ninive, la capitale assira.Cominciavano così a venire alla luce nomi ed eventi biblici. Ninive fu la capitale del regno di Assiria sotto i suoi ultimi grandi re: Sennacherib, Esahaddon e Assurbanipal. «Ora, nel quattordicesimo anno del regno di Ezechia, Sennacherib re di Assiria attaccò tutte le città di Giuda», riferisce l'Antico Testamento (2 Re 18, 13), e quando l'Angelo del Signore sgominò il suo esercito, «Sennacherib partì e se ne tornò a Ninive».Dal luogo dove sorgeva Ninive al tempo di Sennacherib e Assurbanipal vennero alla luce palazzi, templi e opere d'arte che superavano di gran lunga quelli di Sargon. Non è possibile scavare nell'area in cui si pensa che vi siano i resti dei palazzi di Esarhaddon, perché lì sorge oggi una moschea musulmana, costruita sopra il presunto luogo di sepoltura del profeta Giona,che fu ingoiato da una balena quando si rifiutò di portare a Ninive il messaggio di Yahweh. Layard aveva letto in antiche fonti greche che un ufficiale dell'esercito di Alessandro aveva visto un «posto con delle piramidi e resti di un'antica città» - una città che dunque era già sepolta al tempo di Alessandro! Si fecero degli scavi mirati anche in quel punto, e così venne alla luce Nimrud, un antico centro militare assiro. È qui che Shalmaneser II costruì un obelisco per ricordare le sue spedizioni e conquiste militari. E sull'obelisco, oggi conservato al British Museum di Londra, viene citato, tra gli altri re sconfitti, «Jehu, figlio di Omri, re di Israele».Di nuovo, dunque, iscrizioni mesopotamiche e testi biblici si supportavano l'un l'altro! Sorpresi dalla sempre più frequente corrispondenza tra narrazione biblica e ritrovamenti archeologici, gli assiriologi, come vennero infine chiamati questi studiosi, cominciarono ad occuparsi del decimo capitolo del Libro della Genesi. Qui si parlava di Nimrud - «un potente cacciatore per grazia di Yahweh» - che veniva definito il fondatore di tutti i regni della Mesopotamia.E il principio del suo regno fu Babele ed Erech e Akkad, tutte nella terra di Senaan.Da quella terra uscì Assur, dove fu costruita Ninive,una città dalle ampie strade;E Chale e Resen - la grande città che si trova tra Ninive e Chale.Vi erano in effetti delle colline, tra Ninive e Nimrud, che gli indigeni chiamavano Chale. Quando una squadra di archeologi diretti da W. Andrae compì scavi in quell'area, tra il 1903 e il 1914, vennero alla luce le rovine di Assur, centro religioso assiro e antica capitale del regno. Di tutte le città assire citate nella Bibbia, solo Resen non è stata ancora trovata. Il nome significa "briglia di cavallo"; forse era il luogo in cui sorgevano le scuderie reali.Più o meno contemporaneamente agli scavi di Assur, altre squadre dirette da R. Koldewey stavano portando a termine gli scavi di Babilonia, la biblica Babele: un sito molto ampio con tanto di palazzi, templi, giardini pensili e l'inevitabile ziggurat. In breve tempo vennero alla luce oggetti artigianali e iscrizioni che svelarono la storia dei due regni mesopotamici in competizione: quello babilonese e quello assiro, uno localizzato nel sud, l'altro nel nord della regione. Attraverso alti e bassi, lunghe guerre alternate a periodi di coesistenza pacifica, i due imperi formarono un'unica, grande civiltà che durò per circa 1.500 anni, a partire dal 1900 a.C.circa. Assur e Ninive vennero infine vinte e distrutte dai Babilonesi rispettivamente nel 614 e 612 a.C. Come avevano predetto i profeti biblici, Babilonia stessa ebbe una fine ingloriosa quando, nel 539 a.C, fu conquistata da Ciro l'Achemenide.Sebbene i due imperi siano stati rivali per tutto l'arco della loro storia, risulterebbe alquanto difficile trovare, nella loro cultura come negli aspetti materiali della loro esistenza, differenze davvero sostanziali. Dal punto di vista religioso, gli Assiri chiamavano la loro divinità principale Assur ("colui che vede tutto"), mentre i Babilonesi la chiamavano Marduk ("Figlio della pura collina"), ma per il resto il loro pantheon era praticamente lo stesso. Nei musei di ogni parte del mondo si possono trovare svariati reperti archeologici assiri e babilonesi, quali porte cerimoniali, tori alati, bassorilievi, carri, arnesi, utensili, gioielli, statue e altri oggetti fatti con i materiali più disparati. Ma i veri tesori che questi regni ci hanno lasciato sono le loro testimonianze scritte: migliaia e migliaia di iscrizioni in scrittura cuneiforme, che comprendono racconti cosmologici, poemi epici, storie di re, registri religiosi, contratti commerciali, atti di matrimonio e di divorzio, tavole astronomiche, previsioni astrologiche, formule matematiche, elenchi geografici, testi scolastici di grammatica, liste di vocaboli; e ancora testi che citano nomi, genealogie, epiteti, prerogative, poteri e doveri degli dèi. La lingua comune che rappresentò il legame culturale,storico e religioso tra Assiria e Babilonia fu l'accadico, che è la prima lingua semitica conosciuta, affine ma precedente all'ebraico, aramaico, fenicio e canaanita. Ma né gli Assiri né i Babilonesi si vantarono mai di aver inventato questa lingua o la sua scrittura; anzi, molte delle loro tavolette recano un "postscriptum" dove si dichiara che il testo è stato copiato da originali più antichi.Ma allora chi ha inventato la scrittura cuneiforme, chi ha elaborato la lingua, con tutta la sua grammatica e il suo ricco vocabolario? Chi scrisse quegli "originali più antichi"? E perché gli Assiri e i Babilonesi chiamavano quella lingua"accadica"?L'attenzione si concentra ancora una volta sul Libro della Genesi. «E il principio del suo regno fu Babele ed Erech e Akkad». Akkad - davvero era esistita la capitale di un regno con questo nome, prima di Babilonia e Ninive?Dagli scavi archeologici effettuati in Mesopotamia risulta ormai certo che in un'epoca remota sia davvero esistito un regno chiamato Akkad, retto da un condottiero che si faceva chiamare sharrukin ("signore giusto"). Nelle sue iscrizioni egli affermava che il suo impero si estendeva, per grazia del dio Enlil, dal Mare Inferiore (il Golfo Persico) al Mare Superiore (identificato con il Mediterraneo) e che al porto di Akkad si ancoravano navi provenienti da terre lontane. Grande fu lo stupore degli studiosi, quando si accorsero che quello in cui si erano imbattuti era un impero mesopotamico del III millennio a.C.! Vi era un salto temporale di circa 2.000 anni all'indietro tra il Sargon assiro di Dur Sharrukin e il Sargon di Akkad; eppure gli scavi portarono alla luce una civiltà organica, con le sue forme di arte e letteratura, scienza e politica, commercio e comunicazioni: e tutto questo molto prima degli Assiri e dei Babilonesi. Anzi, questa civiltà rappresentava chiaramente l'antecedente e la fonte delle successive civiltà mesopotamiche, come quelle di Assiria e Babilonia, che altro non erano che rami del tronco accadico. Il mistero che avvolgeva questa antichissima civiltà mesopotamica si fece ancora più fitto quando furono rinvenute delle iscrizioni che illustravano le imprese e la genealogia di Sargon di Akkad. In esse Sargon veniva infatti chiamato "re di Akkad, re di Kish", poiché, era spiegato, prima di salire al trono egli era stato consigliere dei "governanti di Kish". Esisteva dunque - si domandarono gli studiosi - un regno ancora più antico di quello di Akkad, il regno di Kish, appunto? Ancora una volta,  i versi biblici si rivelavano illuminanti:E Kush generò Nimrud;Ed egli  fu il primo eroe della sua terra...E il principio del suo regno fu Babele ed Erech e Akkad.Alcuni studiosi hanno ipotizzato che Sargon di Akkad fosse il biblico Nimrud. Se nei versi biblici sopra citati leggiamo "Kish" al posto di "Kush", sembrerebbe proprio che Nimrud fosse preceduto da Kish, come affermava lo stesso Sargon. Gli studiosi cominciarono allora ad interpretare in senso letterale le altre sue iscrizioni: «Egli sconfisse Uruk e abbatté le sue mura... Uscì vittorioso dalla battaglia con gli abitanti di Ur... sottomise tutto il territorio da Lagash fino al mare». La biblica Erech coincideva forse con la Uruk delle iscrizioni di Sargon? La scoperta del sito archeologico noto oggi con il nome di Warka confermò questa ipotesi, e la città che Sargon chiamava Ur non era altro che la biblica Ur, il luogo della Mesopotamia dove era nato Abramo. Non solo, dunque, le scoperte archeologiche confermavano il racconto biblico, ma apparve anche evidente che dovevano esservi stati regni, città e civiltà in Mesopotamia anche prima del III millennio a.C. La domanda era una sola: quanto indietro occorreva andare per trovare il primo regno civilizzato? La chiave per risolvere il puzzle era rappresentata da un'altra lingua. Gli studiosi si resero ben presto conto del fatto che i nomi avevano un loro preciso significato non soltanto in ebraico e nell'Antico Testamento, ma in tutto il Medio Oriente antico. Tutti i nomi accadici, babilonesi e assiri indicanti persone e luoghi avevano un significato, mentre i nomi dei governanti che avevano preceduto Sargon di Akkad sembravano non avere alcun senso: il re alla cui corte Sargon era stato consigliere si chiamava Urzababa; quello che regnava a Erech si chiamava Lugalzagesi; e così via. In una conferenza tenuta alla Royal Asiatic Society nel 1853, Sir Henry Rawlinson affermò che questi nomi non erano né semiti né indoeuropei, e che anzi «sembravano non appartenere ad alcun gruppo linguistico o etnico conosciuto». Ma allora, se davvero i nomi avevano un senso, in quale lingua misteriosa si poteva ritrovare il loro significato? Si tornò dunque ad esaminare le iscrizioni accadiche.Fondamentalmente, la scrittura cuneiforme accadica era sillabica: ogni segno rappresentava una sillaba completa (ab,ha, bat, ecc.). Comparivano però molto frequentemente dei segni che non erano sillabe fonetiche, ma che comunicavano un concetto: "dio", "città", "paese", "vita", ecc. L'unica spiegazione possibile era che questi segni fossero il retaggio di un metodo di scrittura più antico che utilizzava pittogrammi. Prima dell'accadico, dunque, deve essere esistita un'altra lingua la cui forma di scrittura era affine ai geroglifici egizi.Si trattava certamente di una vera e propria lingua, e non solo di una forma di scrittura. Gli studiosi scoprirono che le iscrizioni e i testi accadici utilizzavano molti termini stranieri,presi, cioè, tali e quali da un'altra lingua (proprio come noi, per esempio, utilizziamo oggi normalmente, nel linguaggio comune, la parola inglese weekend). Ciò accadeva soprattutto nella terminologia scientifica e tecnica, oltre che per tutto ciò che aveva a che fare con gli dèi e con il loro mondo.Uno dei maggiori ritrovamenti di testi accadici è rappresentato dalle rovine di una biblioteca allestita a Ninive da Assurbanipal. Layard e i suoi colleghi estrassero da quel luogo 25.000 tavolette, molte delle quali erano definite dagli antichi scribi copie di "testi antichi". In particolare venne alla luce un gruppo di 23 tavolette, sull'ultima delle quali era scritto: «ventitreesima tavoletta:lingua di Shumer non cambiata». Un altro testo recava poi un'enigmatica affermazione dello stesso Assurbanipal:
Il dio degli scribi mi ha concesso
il dono della conoscenza della sua arte.
Io sono stato iniziato ai segreti della scrittura.
So leggere anche le complicate tavolette
nella lingua di Shumer;
Comprendo le enigmatiche parole
incise nella pietra
fin dai giorni che precedettero il Diluvio.
Questa dichiarazione, che cioè Assurbanipal sapeva leggere complicate tavolette "nella lingua di Shumer" e capiva le parole incise nella pietra "fin dai giorni che precedettero il Diluvio" non faceva che accrescere il mistero. Ma nel gennaio 1869 Jules Oppert suggerì alla Società Francese di Numismatica e Archeologia di dare formale riconoscimento a una lingua e a un popolo pre-accadico. Partendo dalla constatazione che coloro che per primi governarono la Mesopotamia traevano legittimazione dall'assunzione del titolo di "re di Sumer e di Akkad", egli suggerì di chiamare il popolo "Sumeri" e la loro terra "Sumer". A parte l'errata pronuncia del nome - avrebbe dovuto essere Shumer, non Sumer - Oppert aveva ragione. Sumer non era affatto una terra misteriosa, lontana, ma l'antico nome della Mesopotamia meridionale, proprio come affermava il Libro della Genesi: le città reali di Babilonia, Akkad ed Erech si trovavano "nella terra di Shin'ar" (Shin'ar era il nome biblico di Shumer).Una volta che gli studiosi ebbero accettato tale conclusione,tutti i tasselli furono finalmente ricomposti. I riferimenti accadici agli "antichi testi" si riempirono di significato e le tavolette che contenevano lunghi elenchi di parole si rivelarono essere veri e propri vocabolari accadico-sumerici, compilati in Assiria e a Babilonia da chi si cimentava nello studio della prima lingua scritta, il sumerico, appunto.Se non avessimo avuto questi dizionari, saremmo ancora ben lontani dal saper leggere la lingua sumerica; grazie a loro,invece, si è potuto portare alla luce un vero tesoro letterario e culturale. Si è anche capito che la scrittura sumerica, in origine pittografica e incisa nella pietra in colonne verticali, divenne in un secondo tempo orizzontale e solo in seguito stilizzata per poter essere scritta con un cuneo su soffici tavolette di argilla: era questo lo stadio a cui corrispondeva la scrittura cuneiforme adottata da Accadici, Babilonesi, Assiri e da altri popoli del Medio Oriente antico (figura 7).
(Fine Prima Parte.......)

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