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martedì 19 maggio 2015

IL PIANETA DEGLI DEI :"LA CIVILTA' SORTA DAL NULLA"- (Parte 2/3)

Riprendiamo dal post precedente il mondo dei Sumeri;Essere riusciti a decifrare la lingua e la scrittura dei Sumeri e aver individuato nella loro cultura la fonte delle successive civiltà accadica, assira e babilonese significò dare nuovo Essere riusciti a decifrare la lingua e la scrittura dei Sumeri e aver individuato nella loro cultura la fonte delle successive civiltà accadica, assira e babilonese significò dare nuovo impulso alla ricerca archeologica nella Mesopotamia meridionale: tutto, infatti, induceva a pensare che il principio della civiltà fosse da ricercare proprio lì. Il primo scavo di una certa entità in un sito sumerico cominciò nel 1877 per opera di archeologi francesi, i quali trovarono una tale massa di reperti che si dovette continuare a scavare fino al 1933, senza peraltro terminare il lavoro. Chiamato dagli indigeni Telloh ("collinetta"), il sito si rivelò essere un'antica città sumerica, proprio quella Lagash della cui conquista si era vantato Sargon di Akkad. Era anzi una capitale, la capitale di un regno i cui governanti si fregiavano dello stesso titolo che aveva adottato Sargon, anche se in questo caso l'appellativo era in lingua sumerica: EN.SI ("comandante giusto"). La loro dinastia, cominciata verso il 2900 a.C, era durata per 650 anni, durante i quali a Lagash avevano regnato senza interruzione 43 ensi; le fonti citavano con grande precisione per ognuno di essi il nome, la genealogia e la durata del regno. Le iscrizioni fornivano molte informazioni. Le implorazioni agli dèi affinché «facciano crescere germogli di grano per le messi... e facciano sì che le piante innaffiate con acqua producano cereali», attestano l'esistenza dell'agricoltura e di forme di irrigazione. Una coppa che reca un'iscrizione in onore di una dea da parte del "sorvegliante del granaio" indica che i cereali venivano conservati, pesati e commerciati (figura 8).
Un     ensi    di nome       Ean-natum     lasciò un'iscrizione,  scolpita  in  un blocco d'argilla, dalla    quale   risulta  chiaro che i governanti sumeri potevano assumere il trono solo dopo l'approvazione   degli  dèi.  Egli  parlò  anche della conquista  di  un'altra  città,  rivelandoci l'esistenza    di   altre   città-Stato   a   Sumer all'inizio del III millennio a.C.Il successore di Eannatum, Entemena, si vantò invece di aver costruito un tempio adorno d'oro e d'argento, di aver sistemato giardini e allargato pozzi. Dichiarò anche di aver costruito una fortezza munita di torri di osservazione, dove era anche possibile per le navi fermarsi e gettare l'ancora.Uno dei re più conosciuti di Lagash è Gudea. Di lui esistono molte statuette e tutte lo ritraggono in atteggiamento votivo, mentre prega i suoi dèi. Non si tratta di propaganda: Gudea era effettivamente molto devoto, specie alla divinità chiamata Ningirsu, e durante il suo regno aveva fatto costruire o restaurare molti templi.Sono state ritrovate molte iscrizioni che lo riguardano: da esse si capisce come egli fosse alla continua ricerca di materiali di costruzione sempre più raffinati e facesse arrivare oro dall'Africa e dall'Anatolia, argento dei monti del Tauro, legno di cedro dal Libano e altri legni rari da Ararat, rame dalla zona di Zagros, diorite dall'Egitto, corniola dall'Etiopia e altri materiali da terre che gli studiosi non sono ancora riusciti a individuare. Quando Mosè costruì per il Signore una "residenza" nel deserto, lo fece sulla base di precise indicazioni fornitegli da Dio stesso. Quando re Salomone costruì il primo Tempio a Gerusalemme, lo fece dopo che il Signore gli aveva "dato sapienza". Il profeta Ezechiele ebbe una "visione divina" nella quale «una persona che aveva l'aspetto di una statua di bronzo e teneva in mano una corda di stoppa e una bacchetta per misurare» gli mostrò un progetto molto dettagliato di quello che sarebbe stato il Secondo Tempio. Molto tempo prima anche Ur-Nammu, re di Ur, è raffigurato nell'atto di ricevere dal suo dio la bacchetta di misurazione e la corda rotonda che gli sarebbero serviti per costruire un tempio dedicato al dio stesso (figura 9).
Circa 1.200 anni prima di Mosè, accadde lo stesso a Gudea.Fu una visione a dargli le istruzioni per la costruzione del tempio, ci dice il re in una lunghissima iscrizione. «Un uomo "che brillava come il cielo", vicino al quale stava "un uccello divino", mi ordinò di costruirgli un tempio». Quest'"uomo",che era chiaramente un dio «per la corona che aveva sulla testa», fu in seguito identificato con il dio Ningirsu. Accanto a lui vi era una dea che «aveva in mano la tavola della stella del cielo a lei propizia»; nell'altra mano «teneva uno stilo sacro» con il quale indicava a Gudea «il pianeta propizio». Infine un terzo uomo, anch'egli un dio, teneva tra le mani una tavola in pietra preziosa; «il progetto di un tempio essa conteneva». In una delle statue che lo raffigurano, Gudea si trova infatti seduto con questa tavoletta sulle ginocchia e su di essa si distingue chiaramente il disegno divino (figura 10).
Sebbene fosse molto saggio, Gudea non poteva capire queste istruzioni architettoniche, e perciò chiese aiuto a una dea che potesse interpretare il messaggio divino. Essa gli spiegò il significato di quelle istruzioni, le varie misure e persino la forma e la grandezza dei mattoni da utilizzare. Gudea si rivolse poi a un indovino e a una donna "indagatrice di segreti" affinché lo aiutassero a individuare il luogo dove far sorgere il tempio, e infine reclutò 216.000 persone per l'opera di costruzione. Non stupisce affatto che Gudea non abbia capito le istruzioni contenute nel progetto, perché questo, apparentemente alquanto semplice, nascondeva in realtà tutte le indicazioni per costruire un complesso ziggurat di ben sette piani. Nel suo libro Der Alte Orient, scritto nel 1900, A. Billerbeck riuscì a decifrare almeno una parte di queste istruzioni architettoniche di provenienza divina. Anche se la statua era parzialmente danneggiata, si vedeva chiaramente che l'antico disegno era sormontato da gruppi di linee verticali il cui numero diminuiva, mentre cresceva lo spazio tra loro. Sembra dunque che gli architetti divini siano riusciti a fornire,con una sola pianta unidimensionale accompagnata da sette scale diverse, le istruzioni complete per la costruzione di un tempio a sette piani. Si dice di solito che la guerra costringe l'uomo ad aguzzare l'ingegno, spingendolo verso nuove conquiste materiali e scientifiche. Nell’ antica Sumer, sembra piuttosto che sia stata la costruzione dei templi a condurre il popolo e i suoi governanti a scoprire nuovi orizzonti tecnologici. La capacità di costruire grandiosi edifici sulla base di progetti architettonici appositamente predisposti, di organizzare e mantenere un'enorme forza lavoro, di spianare la terra e innalzare collinette artificiali, di plasmare mattoni e trasportare pietre, di importare da lontano metalli rari e altri materiali, di lavorare i metalli e ottenerne utensili e ornamenti - tutti questi elementi indicano chiaramente un alto grado di civiltà, una civiltà che era in piena fioritura nel II millennio a.C. (figura 11).
Questi primi templi sumerici, anche i più antichi, non rappresentano che la punta dell'iceberg di una civiltà, la prima conosciuta dall'uomo, che aveva raggiunto risultati grandiosi anche in molti altri campi della vita materiale.
Oltre all'invenzione e allo sviluppo della scrittura, senza la quale non si sarebbe potuto raggiungere un alto livello di civiltà, si deve attribuire ai Sumeri anche l'invenzione della stampa. Millenni prima che Johann Gutenberg "inventasse" la stampa utilizzando caratteri mobili, gli scribi sumeri usavano "caratteri tipografici" già pronti dei vari segni pittografici, che venivano impiegati proprio come noi oggi utilizziamo degli stampi di gomma per imprimere sull'argilla bagnata una sequenza di segni. I Sumeri inventarono anche quello che può considerarsi l'antenato del nostro sistema di stampa su rotative. Su un piccolo cilindro fatto di pietra molto dura veniva inciso in negativo il messaggio o il disegno che si voleva riprodurre; quando il cilindro veniva fatto scorrere sull'argilla bagnata, la scritta o il disegno si imprimevano "in positivo" sulla lastra. In tal modo si poteva essere sempre certi dell'autenticità dei
documenti, perché in qualunque momento si poteva ottenere una seconda "stampa" da confrontare con la prima (figura 12).
Oltre alle numerose testimonianze scritte del mondo
sumerico e mesopotamico che avevano a che fare con la sfera
divina o spirituale, ve ne erano molte che ci parlano delle incombenze tipiche della vita quotidiana, come quantificare  il
raccolto, misurare i campi e calcolare i prezzi. In effetti,  non
avrebbe potuto svilupparsi una tale raffinata civiltà senza un avanzato sistema matematico. Il sistema sumerico, chiamato sessagesimale, si fondava su due numeri: il "terreno" 10 e il "celestiale" 6, che insieme formavano la figura di base 60. Questo sistema è per certi versi più sofisticato di quello che noi utilizziamo attualmente e, in ogni caso, senz'altro superiore a quelli successivi adottati dai Greci e dai Romani. Con esso i Sumeri riuscivano a effettuare divisioni e moltiplicazioni anche per milioni, a calcolare radici quadrate o a elevare i numeri a diverse potenze. Non soltanto si trattava del primo sistema matematico conosciuto, ma per la prima volta introdusse il concetto di localizzazione del numero: come infatti, nel sistema decimale, 2 può essere 2 o 20 o 200, a seconda di dove viene posto il numero 2, così un 2 sumerico poteva indicare 2 o 120 (60x2), ecc. a seconda della sua localizzazione (figura 13).
La circonferenza di 360°, la misura anglosassone del  piede
con le sue 12 once, così come il concetto di "dozzina" non sono che esempi di come la matematica sumerica abbia lasciato tracce evidenti anche nella nostra vita di ogni giorno. Delle loro conoscenze astronomiche, del fatto che abbiano istituito un calendario e di altri traguardi che i Sumeri raggiunsero in questo campo parleremo più dettagliatamente nei prossimi capitoli. Proprio come il nostro sistema economico e sociale - i nostri libri, i documenti legali e fiscali, i contratti commerciali, i certificati anagrafici, ecc. - dipendono dalla carta, la vita dei Sumeri e degli altri popoli mesopotamici dipendeva dall'argilla. Ogni tempio, ogni tribunale, ogni luogo dove si vendevano e si acquistavano merci, aveva il proprio scriba pronto a incidere su tavolette d'argilla bagnata deliberazioni, accordi, lettere, calcoli di prezzi e di  salari, l'estensione di un campo o il numero di mattoni necessari per una determinata costruzione. Con l'argilla si costruiva anche tutta una serie di utensili di uso quotidiano e contenitori per la conservazione e il trasporto di generi alimentari. Essa veniva anche utilizzata per fabbricare mattoni - anche questa un'"invenzione" dei Sumeri - con i quali si costruivano case per la popolazione, palazzi reali e imponenti templi per gli dèi. Un metodo ingegnoso e tecnologicamente avanzato consentiva poi ai Sumeri di ottenere oggetti d'argilla leggeri, ma nello stesso tempo duttili e resistenti alla rottura. Ai giorni nostri si sa che versando del cemento in stampi contenenti barre di ferro si può ottenere del calcestruzzo estremamente forte e resistente; già molto tempo fa, però, i Sumeri rinforzavano i loro mattoni mescolando l'argilla bagnata con canne tagliate o paglia. Essi sapevano anche che i manufatti d'argilla diventavano molto più resistenti e durevoli nel tempo se li si temprava nel forno. Ed è proprio a queste scoperte tecnologiche che si devono i primi edifici a sviluppo verticale, i primi archi a volta e anche i primi durevoli oggetti in ceramica. L'invenzione del forno - una fornace in cui si poteva ottenere una temperatura elevata ma sempre sotto controllo, senza il rischio di contaminare i prodotti con polvere o cenere rese possibile un ulteriore, ancora maggiore progresso tecnologico: l'avvento dell'Età dei Metalli. Si presume che l'uomo abbia scoperto fin dal 6000 a.C. che, utilizzando rudimentali martelli, poteva dare nuove forme a "pietre morbide" come pepite d'oro o rame e composti d'argento. I primi oggetti di metallo costruiti in questo modo furono ritrovati tra le montagne di Zagros e del Tauro. Tuttavia, come afferma R.J. Forbes (The Birthplace of Old World Metallurgy, «Il luogo dove nacque la metallurgia del mondo antico») «nell'antico Medio Oriente le riserve di rame naturale si esaurirono presto e i minatori dovettero perciò passare ai minerali». Ciò implicava la conoscenza e la capacità di estrarre i minerali, frantumarli, fonderli e raffinarli: processi che non si sarebbero potuti effettuare senza l'esistenza di fornaci e, in generale, di un'avanzata forma di tecnologia. Ben presto si riuscì a legare il rame con altri metalli, ottenendo quel metallo duro ma malleabile che oggi chiamiamo bronzo. L'Età del Bronzo, la prima delle età dei metalli, fu anch'essa uno dei contributi che la Mesopotamia diede alla civiltà moderna: gran parte degli scambi commerciali nell'antichità riguardavano i metalli, e tale commercio in Mesopotamia formò anche la base per lo sviluppo di una sorta di attività bancaria e della prima moneta - lo shekel d'argento (letteralmente "lingotto pesato").Sono davvero molti i nomi sumeri e accadici che indicano vari tipi di metalli e leghe. L'abbondante terminologia tecnica testimonia dunque un'avanzata attività di lavorazione dei metalli nell'antica Mesopotamia, e per molto tempo questo sorprese non poco gli studiosi: Sumer, infatti, era priva di risorse minerali dalle quali si potessero ricavare metalli, eppure è certo che la metallurgia sia cominciata proprio qui. Che cosa rese possibile l'inizio di questa attività? La risposta è: l'energia. Fondere, raffinare, legare i metalli richiedeva necessariamente grandi quantità di combustibile per accendere forni e fornaci. La Mesopotamia mancava forse di minerali, ma aveva combustibile in abbondanza; e poiché dunque i minerali dovevano essere portati dove vi era il combustibile per le fornaci, ecco spiegate le numerose antiche iscrizioni in cui si parla di minerali contenenti metalli che arrivavano in Mesopotamia da lontano. Quali erano dunque questi combustibili? Anzitutto bitume e prodotti petroliferi che affioravano spontaneamente in superficie in molti posti della Mesopotamia. RJ. Forbes (Bitumen and Petroleum in Antiquity, «Bitume e petrolio nell'antichità») dimostra che i giacimenti della Mesopotamia costituirono la fonte primaria di combustibile di tutto il mondo antico dalle origini fino al tempo dei Romani. Egli afferma che lo sfruttamento di questi prodotti petroliferi cominciò a Sumer verso il 3500 a.C. e qui raggiunse livelli tecnologici sconosciuti anche alle civiltà posteriori. L'uso che i Sumeri facevano di questi prodotti petroliferi non soltanto come combustibile, ma anche come materiali per costruire le strade, impermeabilizzare, verniciare, cementare, ecc. - era tale che quando gli archeologi cercarono l'antica Ur, la trovarono sepolta sotto un tumulo che gli indigeni arabi chiamavano "Tumulo di Bitume". Forbes dimostra che nella lingua sumerica ogni genere e varietà di sostanza bituminosa presente in Mesopotamia aveva il proprio nome, e che, anzi, i nomi di molti materiali bituminosi e petroliferi in altre lingue - accadico, ebraico, egizio, copto, greco, latino e sanscrito - mostrano chiaramente di avere un'origine sumerica; per esempio, il comunissimo nome naphta (da cui il nostro "nafta") deriva dalla parola sumerica napatu ("pietre che si infiammano"). L'impiego dei prodotti petroliferi a Sumer testimonia anche un'approfondita conoscenza della chimica: non soltanto, infatti, questo popolo disponeva di una gran varietà di vernici e pigmenti e conosceva procedure tecniche come quella della lucidatura a vetro, ma vantava anche una notevole produzione artificiale di pietre semipreziose, tra le quali, per esempio, un surrogato del lapislazzulo. Le sostanze bituminose venivano utilizzate dai Sumeri anche in medicina, un altro campo in cui il loro grado di conoscenza era incredibilmente alto. In centinaia di testi accadici sono stati trovati termini ed espressioni sumeriche riportate per intero, il che induce a pensare che tutta la medicina mesopotamica abbia avuto origine, ancora una volta, a Sumer. La biblioteca di Assurbanipal a Ninive comprendeva una sezione di medicina; i testi erano divisi in tre gruppi: bultitu ("terapia"), shipir bel imti ("chirurgia") e urti mashmashshe ("formule e incantesimi"). I primi codici giuridici, poi, parlavano di compensi da pagare ai chirurghi per operazioni riuscite e, al contrario, di punizioni in caso di fallimento: un chirurgo che, per esempio, operasse con un bisturi un paziente alla tempia e intaccasse accidentalmente l'occhio, rischiava di perdere una mano. Alcuni scheletri trovati in tombe dell'area mesopotamica recano inequivocabili tracce di operazioni al cervello. Un testo medico conservatosi solo in parte parla della rimozione chirurgica di un'«ombra che copriva l'occhio di un uomo», probabilmente una cataratta; in un altro testo viene citato uno strumento da taglio e si afferma che «se la malattia ha raggiunto l'interno dell'osso, bisogna raschiare e rimuovere». I malati, presso i Sumeri, potevano scegliere tra un A.zu ("medico dell'acqua") e un IA.ZU ("medico dell'olio"). Una tavoletta di circa 5.000 anni fa, venuta alla luce presso Ur, cita un uomo che praticava l'arte medica chiamandolo "Lulu, il dottore". Esistevano anche i veterinari, chiamati di solito "dottori dei buoi" oppure "dottori degli asini". Su un sigillo cilindrico molto antico trovato a Lagash compaiono un paio di pinze chirurgiche; il sigillo apparteneva a "Urluga-ledina, il dottore" e recava inciso anche un simbolo classico della medicina, il serpente sopra un albero (figura 14). In altre incisioni è stato spesso trovato uno strumento che le levatrici usavano per recidere il cordone ombelicale.
I testi di medicina sumerici trattano diffusamente di diagnosi e terapie e dimostrano chiaramente che i medici non si
affidavano a magie o stregonerie, ma prescrivevano rimedi pratici, come pulire e lavare la parte del corpo malata, immergerla nell'acqua calda con l'aggiunta di solventi minerali, applicare unguenti di derivazione vegetale, effettuare impacchi con composti di petrolio. I farmaci erano fatti di erbe e composti minerali e venivano mescolati a liquidi o solventi a seconda del metodo di applicazione. Se dovevano essere assunte per bocca, le polverine venivano sciolte nel vino, nella birra o nel miele; se invece dovevano essere somministrate per via rettale, attraverso un enteroclisma, venivano mischiate a erbe e oli vegetali. L'alcol, che svolge oggi un ruolo tanto importante nella disinfezione chirurgica e che costituisce anche la base di molte medicine, è giunto nelle nostre lingue moderne attraverso l'arabo kohl, che deriva a sua volta dall'accadico kuhlu. Gli archeologi hanno portato alla luce dei modelli di fegato fatti d'argilla: evidentemente campioni di questo genere venivano utilizzati nelle scuole di medicina per illustrare gli organi umani. Le conoscenze anatomiche dovevano essere alquanto avanzate, poiché i rituali religiosi prevedevano elaborati sezionamenti di animali sacrificali - e da qui allo studio dell'anatomia umana comparata il passo non è molto lungo. Su alcuni sigilli cilindrici e tavolette d'argilla sono rappresentati degli uomini adagiati su una sorta di tavolo operatorio, circondati da gruppi di dèi o di persone. Dai testi epici dei Sumeri sappiamo che essi, e i popoli che dopo di loro abitarono in Mesopotamia, si interessavano molto di tutto ciò che aveva a che fare con la vita, la malattia e la morte. Uomini come Gilgamesh, un re di Erech, erano alla continua ricerca dell'"Albero della Vita" o di qualche minerale (una "pietra", dicono i testi) che potesse assicurare l'eterna giovinezza. Sappiamo che in alcuni casi si tentava addirittura di far risuscitare i morti, specie se questi erano dèi: Sopra il cadavere, legato per un'estremità
Essi rivolsero l'Impulso e il Lampo;
Sessanta volte l'Acqua della Vita,
Sessanta volte il Cibo della Vita,
vi spruzzarono sopra;
E Inanna si alzò.
Quali metodi utilizzavano i Sumeri in questi tentativi di riportare in vita i morti? Non sappiamo se fossero a conoscenza di tecniche ultramoderne, sulle quali peraltro possiamo solo avanzare qualche ipotesi. Quello che è certo è che nella cura di alcune malattie venivano utilizzati materiali radioattivi, come dimostra la scena dipinta su un sigillo cilindrico databile agli albori della civiltà sumerica. L'immagine non lascia dubbi: un uomo giace su uno speciale lettino, con il viso protetto da una maschera, e viene sottoposto a una qualche forma di radiazione (figura 15).
(Fine Seconda Parte)

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