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martedì 12 dicembre 2017

NON AVRAI ALTRO DIO ALL'INFUORI DI ME

La Bibbia ebraica, nota come la Torah (gli“ Insegnamenti”), è composta da cinque libri. Il primo, la Genesi, narra la storia della Creazione, di Adamo, di Noè fino ai Patriarchi e a Giuseppe. Gli altri quattro libri: l’Esodo, il Levitico, i Numeri e il Deuteronomio narrano la storia dell’Esodo e citano le regole e i regolamenti della nuova religione di Yahweh. Si afferma chiaramente la creazione di una nuova religione, che determinava un nuovo modo di vivere “sacerdotale”: «Non farete come si fa nel paese d’Egitto, dove avete abitato, né farete come si fa nel paese di Canaan dove io vi conduco, né imiterete i loro costumi» (Levitico 18, 3).

Dopo aver stabilito le basi della fede («Non avrai altro Dio all’infuori di me») e il codice morale ed etico in appena Dieci Comandamenti, seguono pagine e pagine di prescrizioni alimentari molto rigide, regole per i rituali e per gli abiti dei sacerdoti, insegnamenti di natura medica, indicazioni relative all’agricoltura, istruzioni architettoniche, regole per le famiglie e per la condotta sessuale, leggi sulla proprietà e contro i crimini, ecc. ecc.

Rivelano una conoscenza magistrale praticamente in ogni disciplina scientifica, esperienza nei metalli e nei tessuti, conoscenza dei sistemi legali e dei problemi della società, una certa familiarità con il paese, con la storia, le abitudini e le divinità di altre nazioni – nonché alcune preferenze numeriche.

È ovvia la preferenza per il numero dodici: le dodici tribù di Israele, o i dodici mesi dell’anno. Altrettanto ovvia è la predilezione per il numero sette, in particolare nelle festività e nei rituali, e nell’istituire una settimana di sette giorni e nello stabilire il settimo giorno come il Sabbath. Quaranta è un numero speciale, come nei quaranta giorni e nelle quaranta notti che Mosè trascorse sul Monte Sinai, o i quaranta anni ai quali gli Israeliti furono condannati a vagare nel deserto del Sinai. Questi numeri ci risultano familiari grazie alle narrazioni sumere: i dodici membri del sistema solare e il calendario di dodici mesi di Nippur; il sette, quale numero planetario della Terra (quando gli Anunnaki contavano i pianeti partendo dall’esterno verso l’interno del sistema solare) e di Enki in quanto Comandante della Terra; il quaranta come numero di rango di Ea/Enki.

Marduk 
È presente anche il numero cinquanta. Il cinquanta, come ben sa il lettore, era un numero con aspetti “importanti”: era il rango originario di Enlil e il rango che spettava al suo erede legittimo, Ninurta; e, ancora più importante, ai tempi dell’Esodo, connotava il simbolismo di Marduk e dei suoi Cinquanta Nomi. Per questo motivo dobbiamo prestare grande attenzione quando leggiamo che al “cinquanta” veniva attribuita un’importanza straordinaria: era usato per creare una nuova unità di Tempo, il Giubileo, che si festeggia, appunto, ogni cinquanta anni. Mentre il calendario di Nippur era chiaramente adottato come il calendario secondo il quale venivano osservate le festività e altri riti religiosi israeliti, regole speciali venivano dettate per il cinquantesimo anno; gli veniva attribuito anche un nome speciale, Anno del Giubileo: «Sarà per voi un Giubileo» (Levitico, capitolo 25).

“In quell’anno” ci sarebbe stata una libertà mai conosciuta in precedenza. Il conto si sarebbe fatto contando sette volte sette anni il Giorno dell’Espiazione del Nuovo Anno; poi, al decimo giorno del settimo mese (il Giorno dell’Espiazione) dell’anno successivo, il cinquantesimo, «si farà squillare il corno di un ariete in tutto il paese e sarà proclamata la liberazione del paese e di tutti i suoi abitanti; ognuno tornerà alla propria famiglia e alla propria proprietà – tutte le vendite di terreni e di case saranno riscattabili e dichiarate nulle; gli schiavi (che devono essere trattati sempre quali aiutanti) saranno liberati, e la libertà verrà data alla terra non lavorandola quell’anno».

Per quanto il concetto di un “Anno di Libertà” sia nuovo e unico, la scelta del cinquanta quale unità calendarica sembra davvero singolare (abbiamo adottato il cento – il secolo – quale unità di tempo). Poi il nome dato a questo cinquantesimo anno è ancora più intrigante. La parola tradotta comunemente come “Giubileo” è Yovel; nella Bibbia ebraica significa “ariete”. Si può dire, quindi, che veniva dichiarato “l’Anno dell’Ariete”, che si sarebbe ripetuto ogni cinquanta anni e che sarebbe stato annunciato suonando il corno di un ariete.

Quetzalcoatl
Sia la scelta del cinquanta come nuova unità di tempo, sia il suo nome, sollevano una domanda inevitabile: c’era forse un aspetto nascosto, legato a Marduk e alla sua Era dell’Ariete? Agli Israeliti era forse stato detto di continuare a contare “cinquanta anni”, fino al verificarsi di un importante evento divino, in relazione all’Era dell’Ariete o a colui che deteneva il Rango di Cinquanta – quando tutto sarebbe tornato a un nuovo inizio?

Mentre la Bibbia non offre nessuna risposta ovvia, non si può evitare di cercare indizi facendo correre il pensiero a un’unità di anno importante e molto simile, in uso all’altro capo del mondo: non cinquanta, bensì cinquantadue. Era il Numero Segreto del dio mesoamericano Quetzalcoatl che, secondo le leggende atzeche e maya, dette loro la civiltà, inclusi i tre calendari.

In Gli dèi dalle lacrime d’oro abbiamo identificato Quetzalcoatl come il dio egizio Thoth, il cui numero segreto era appunto il cinquantadue – un numero che si basava sul calendario perché rappresentava infatti le cinquantadue settimane di sette giorni presenti in un anno solare.

Calendaria Circolare
Il più antico dei tre calendari mesoamericani è conosciuto con il nome di Conto Lungo: contava il numero dei giorni a partire dal “Giorno Uno” che gli studiosi hanno identificato come il 13 agosto 3113 a.C. Accanto a questo calendario continuo, ma lineare, c’erano anche due calendari ciclici. Uno, l’Haab, era un calendario solare di 365 giorni, divisi in 18 mesi di 20 giorni ciascuno, più cinque “giorni senza nome” allafine dell’anno. L’altro era il Tzolkin, un Calendario Sacro di soli 260 giorni, composto dalla combinazione di 20 giorni per 13. I due calendari ciclici erano poi uniti insieme come fossero due ruote dentate per creare il Calendario Circolare: si formava quindi un grande ciclo che ritornava nella stessa posizione ogni 52 anni.

Questo “ciclo” di cinquantadue anni era un’unità di tempo molto importante perché legato alla promessa fatta da Quetzalcoatl al momento di lasciare la Mesoamerica: di tornare in occasione del suo Anno Sacro (anche se non si sapeva esattamente dopo quanti cicli). Perciò i popoli mesoamericani erano soliti riunirsi sulle montagne ogni cinquantadue anni per aspettare il Ritorno promesso dal dio. (In uno di questi anni sacri, nel 1519 d.C., uno spagnolo di pelle bianca e con la barba, Hernando Cortes, sbarcò sulle coste dello Yucatan in Messico e fu accolto dal re azteco Montezuma che lo aveva scambiato per il dio – un errore che pagò a caro prezzo, come ci insegna la storia.)
   
In Mesoamerica, questo “ciclo di anni” serviva per il conto alla rovescia fino al promesso “Anno del Ritorno” e la domanda che ci poniamo è “l’Anno Giubilare” aveva funzione analoga? In cerca di una risposta, scopriamo che, quando l’unità lineare di cinquanta anni viene unita all’unità ciclica zodiacale di settantadue anni – il periodo necessario per il ritardo precessionale di un grado – arriviamo a 3600 (50 × 72=3600), ossia il periodo orbitale (matematico) di Nibiru.

Legando un calendario giubilare e il calendario zodiacale all’orbita di Nibiru, il Dio della Bibbia intendeva forse dire: “Quando entrerete nella Terra Promessa inizierà l’attesa per il Ritorno”? Circa duemila anni fa, in un periodo di grande fervore messianico, si riconobbe che il Giubileo era un’unità di tempo ispirata da Dio per predire il futuro – per calcolare quando l’ingranaggio dentato del tempo avrebbe annunciato il Ritorno. Il riconoscimento di questa verità è alla base di uno dei più importanti libri post biblici, noto come il Libro dei Giubilei.

Pur se attualmente disponibile solo in greco e nelle sue traduzioni successive, originariamente era stato scritto in ebraico, come confermano alcuni frammenti ritrovati fra i Rotoli del Mar Morto. Basato su precedenti trattati extra-biblici e su tradizioni sacre, riscriveva il Libro della Genesi e parte dell’Esodo secondo un calendario che si fondava sull’unità di tempo giubilare. Come concordano tutti gli studiosi, era il risultato di aspettative messianiche nel periodo in cui Roma occupò Gerusalemme, e il suo scopo era quello di fornire un mezzo per prevedere il Ritorno del Messia – quando, cioè, sarebbe arrivata la Fine dei Giorni.

Ed è proprio questo il compito che ci siamo assunti.



Z.SITCHIN

lunedì 4 dicembre 2017

GERUSALEMME PROMESSA AD ISRAELE: L'OMBELICO DEL MONDO.

Dopo la morte di Mosè, mentre gli Israeliti si stavano preparando ad attraversare il fiume Giordano, Giosuè, suo successore, confermò i confini della Terra Promessa che, abbracciando entrambi i siti legati allo spazio, comprendevano anche il Libano. Parlando a Giosuè, il Dio della Bibbia disse:

Orsù attraversa questo
Giordano
tu e tutto questo popolo,
verso il paese che io do
loro, agli Israeliti.
Ogni luogo che calcherà la
pianta dei vostri piedi
ve l’ho assegnato, come ho 
promesso a Mosè.
Dal deserto e dal Libano
fino al fiume grande, il
fiume Eufrate,
tutto il paese degli Hittiti,
fino al Mar Mediterraneo,
dove tramonta il sole:
tali saranno i vostri confini.


(Giosuè 1, 2-4)


Con così tanta  confusione politica, militare e religiosa nelle Terre della Bibbia, e con la Bibbia stessa che funge da chiave per comprendere passato e futuro, bisogna indicare un ammonimento che fa il Dio della Bibbia a proposito della Terra Promessa. Egli infatti riconfermò a Giosuè i confini che andavano dal deserto a sud, fino ai Monti del Libano a nord, e dall’Eufrate a est al Mediterraneo a ovest. Questi, disse Dio, erano i confini promessi. Ma perché la terra venisse realmente affidata, era necessario prenderne possesso.

Proprio come gli esploratori che, in un passato più recente, “piantavano la bandiera”, anche gli Israeliti avrebbero potuto considerare propria la terra sulla quale mettevano piede: “ogni luogo che calcherà la pianta dei vostri piedi”; perciò Dio ordinò agli Israeliti di non indugiare, bensì di attraversare il Giordano e di insediarsi sistematicamente, senza timore, nella Terra Promessa. Ma quando le dodici tribù comandate da Giosuè ebbero conquistato Canaan e vi si insediarono, avevano tuttavia occupato solo alcune parti delle aree a est del Giordano: mancavano ancora tutte le terre a ovest del Giordano.

Per quanto riguarda i due siti legati allo spazio, le loro storie sono totalmente diverse: Gerusalemme –elencata in maniera esplicita (Giosuè 12, 10; 18,28) – era saldamente nelle mani della tribù dei Beniamini. Ma esistono seri dubbi sul fatto che il fronte nord riuscì a raggiungere il Luogo dell’Atterraggio. Nella Bibbia, successivi riferimenti al sito lo chiamavano la “Cresta di Zaphon” (il “Luogo segreto a nord”) – che è esattamente il modo in cui lo chiamavano anche gli agricoltori della zona, i Fenici-Cananei. 

(Le epiche cananee ritenevano che fosse un luogo sacro al dio Adad, figlio minore di Enlil.)

L’attraversamento del fiume Giordano – ottenuto grazie a svariati miracoli – ebbe luogo “di fronte a Gerico” e quella città fortificata (a ovest del Giordano) era il primo obiettivo degli Israeliti. La storia della caduta delle sue mura e della sua presa include anche un riferimento a Sumer (Shin’a’ar in ebraico): a differenza dell’ordine di non prendere nessun bottino, uno degli Israeliti non seppe resistere alla tentazione di «prendere un oggetto di valore di Shin’ar [Sennaar]».

La cattura di Gerico, e della città di Ai a sud, aprì la via all’obiettivo più importante e immediato degli Israeliti: Gerusalemme, dove un tempo si trovava la piattaforma del Controllo della missione. Le missioni di Abramo e dei suoi discendenti, nonché le alleanze di Dio con loro non avevano mai perso divista la centralità di quel sito. Il Signore aveva detto a Mosè che la sua dimora sarebbe stata a Gerusalemme; ora si poteva realizzare la promessa profezia. La cattura delle città lungo la strada per Gerusalemme, insieme alle città collinari che la circondavano, si rivelò una magnifica sfida, innanzitutto perché alcune di queste città, in particolare Hebron, erano abitate dai “figli degli Anakim”, discendenti degli Anunnaki.

Adoni Zedec in battaglia
Gerusalemme, ricorderemo, aveva smesso di funzionare come Centro di controllo della missione più di seicento anni prima, allorché era stato spazzato via il porto spaziale nel Sinai. Ma, stando alla Bibbia, i discendenti degli Anunnaki abitavano ancora in quella parte di Canaan. E fu “Adoni Zedek, re di Gerusalemme” che formò un’alleanza con quattro altri re delle città-stato con l’intento di bloccare l’avanzata degli Israeliti. La battaglia che seguì, a Gibeon, nella valle di Ayalon, a nord di Gerusalemme, si svolse in un solo giorno – il giorno in cui la Terra si fermò.

Per buona parte di quel giorno, infatti, «si fermò il Sole e la Luna rimase immobile» (Giosuè 10, 10-14), consentendo agli Israeliti di vincere quella battaglia cruciale. (Un episodio analogo, ma all’incontrario, quando la notte durò altre venti ore, si verificò all’altro lato del mondo, nelle Americhe; l’episodio è approfondito in Gli dèi dalle lacrime d’oro.)

Secondo la Bibbia, Dio fece sì che Gerusalemme cadesse nelle mani degli Israeliti. Non appena il potere sovrano venne consolidatosotto Davide, Dio gli dette l’ordine di liberare la piattaforma in cima al Monte Moriah e di santificarla per il Tempio di Yahweh. E da quando Salomone vi eresse il Tempio, Gerusalemme, il Monte Moriah e il Monte del Tempio sono rimasti sacri. A dire il vero, non vi è nessun’altra spiegazione del fatto che Gerusalemme – una città che non era un crocevia importante, distante da vie d’acqua, senza risorse naturali – è stata ambita e considerata sacra sin dall’antichità, ritenuta una città unica, un “Ombelico della Terra”.

Mappa di Gerusalemme



Nel capitolo 12 di Giosuè la lista completa delle città catturate cita Gerusalemme come la terza città, dopo Gerico e Ai, saldamente nelle mani degli Israeliti. La storia era ben diversa, però, se si prendono in considerazione i siti a nord, legati allo spazio. Le Montagne dei Cedri del Libano formavano due catene, i Monti del Libano a ovest e i Monti dell’Antilibano a est, separati dalla Valle della Bekaa, che significa “fenditura/valle” (da qui il nome Ba’al-Bek, il Luogo del Signore della Fenditura/Valle), da cui deriva il nome Baalbek, attuale nome del Luogo dell’Atteraggio (al margine della catena orientale, difronte alla valle).

I re del “Monte del Nord” sono elencati nel Libro di Giosuè perché sconfitti; non sappiamo però se un luogo chiamato Ba’a’al Gad “nella Valle del Libano” è solo un altro nome per designare Baalbek. Ci viene detto (Giudici 1, 33) che la Tribù di «Neftali non scacciò gli abitanti di Bet Shemesh» (“Dimora di Shamas”, il dio del sole). E quello potrebbe essere un riferimento al sito, in quanto, in epoca successiva, i Greci chiamarono quel luogo Eliopoli, “Città del Sole”. (Pur se in seguito i territori sotto il dominio di Davide e Salomone si estendevano fino a comprendere Bet Shemesh, questi confini non durarono.)
La battaglia di Kadesh (Karnak)

Il fallimento di stabilire l’egemonia israelita sul sito settentrionale legato allo spazio lo rendeva “disponibile” alla conquista da parte di altri. Un secolo e mezzo dopo l’Esodo, infatti, gli Egizi tentarono di impossessarsi di quel Luogo dell’Atterraggio, ma si ritrovarono a combattere contro l’esercito ittita. La battaglia epica è rappresentata – a parole e con illustrazioni – sulle mura dei templi di Karnak (vedi foto sopra).

La battaglia di Kadesh (questo il suo nome) terminò con la sconfitta degli Egizi, ma la guerra fu talmente devastante per entrambe le fazioni che, alla fine, il Luogo dell’Atterraggio venne lasciato nelle mani dei re fenici di Tiro, Sidone e Biblo (Gebal nella Bibbia). (I profeti Ezechiele e Amos, che lo chiamavano “il luogo degli dèi” nonchè “Dimora dell’Eden”, lo riconoscevano nelle mani dei Fenici).

I re fenici del I millennio a.C. erano ben consapevoli del significato e della funzione del sito – ne è testimone la sua raffigurazione su una moneta fenicia ritrovata a Biblo. Il profeta Ezechiele (28, 2-14) ammoniva il re di Tiro dal credere con arroganza che, per il solo fatto di essere stato in quel luogo sacro degli Elohim, era diventato egli stesso un dio:

Io ti posi sul monte santo di
Dio
E camminavi in mezzo a
pietre di fuoco [... e hai
pensato]
Io sono un dio,
sono stato al luogo degli
Elohim;
ma tu sei solo un uomo,
non un dio.

Fu a quell’epoca che il profeta Ezechiele – in esilio nei pressi di Haran sul fiume Khabur – ebbe visioni divine di un carro celeste – un UFO -, ma rimandiamo questa storia a un capitolo successivo.
In questo contesto è importante notare che dei due siti legati allo spazio solo Gerusalemme era nelle mani dei seguaci di Yahweh.



Z.SITCHIN