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giovedì 19 ottobre 2017

LA DISTRUZIONE DELLE "CITTA' PECCATRICI"

NABU
Nabu venne convocato e «il figlio del padre si presentò al cospetto degli dèi». Il suo principale accusatore era Utu/Shamash che, descrivendo la fosca situazione disse, «di tutto ciò Nabu è stata la causa». Parlando in nome di suo padre, Nabu attribuì la colpa a Ninurta, e ritirò fuori le vecchie accuse contro Nergal che riguardavano la scomparsa degli strumenti di monitoraggio in uso prima del Diluvio, oltre all’incapacità di impedire i sacrilegi a Babilonia. Nel suo alterco con Nergal iniziò a levare la voce «mostrando mancanza di rispetto», si rivolse in malo modo a Enlil: «Non vi fu giustizia, si concepì la distruzione, Enlil ordinò che si progettasse la rovina di Babilonia». Si trattava di un’accusa inconcepibile nei confronti del Signore del Comando.

Enki parlò, ma in difesa di suo figlio, certo non di Enlil. «Di cosa sono accusati esattamente Marduk e Nabu?», chiese. La sua ira era rivolta in particolare contro suo figlio Nergal. «Perché continui l’opposizione?» gli chiese. I due litigarono al punto che Enki finì per urlare a Nergal di scomparire dalla sua vista. Il consiglio degli dèi si sciolse nello scompiglio generale. Tutti questi dibattiti, accuse e contraccuse si verificarono sia pure a dispetto del fatto che stava giungendo al termine l’Era del Toro, l’era zodiacale di Enlil, e si stava annunciando l’Era dell’Ariete, ossia di Marduk.

Ninurta la osservava avvicinarsi dal suo Eninnu a Lasgash (quello che aveva costruito Gudea); Ningishzidda/Thoth lo poteva confermare da tutti i circoli di pietra che aveva eretto sulla Terra; anche il popolo lo sapeva. Fu allora che Nergal, umiliato da Marduk e Nabu, rimproverato da suo padre Enki, «consultandosi con se stesso» concepì l’idea di fare ricorso alle “Armi del Terrore”. Non sapeva dove fossero nascoste, ma sapeva che esistevano da qualche parte sulla Terra, rinchiuse in un luogo sotterraneo e segreto (secondo un testo catalogato come CT-xvi, righe 44-46) in Africa, nel dominio di suo fratello Gibil:

Quelle sette, in una montagna 
dimorano;
sono celate in una caverna 
all’interno del suolo.

In base al nostro attuale livello di tecnologia, le possiamo descrivere come sette armi nucleari: «Rivestite di terrore, avanzano con grande bagliore». Erano state portate erroneamente sulla Terra da Nibiru, nascoste in un luogo segreto e sicuro molto tempo prima; Enki conosceva quel luogo; anche Enlil lo conosceva.

Nergal
Un Consiglio di Guerra degli dèi votò contro il parere di Enki a favore del suggerimento di Nergal di dare a Marduk una punizione esemplare. Erano in costante comunicazione con Anu: «Anu parlava alla Terra; la Terra per Anu pronunciava parole». Lui fece capire in maniera ben chiara che questo passo – che non aveva precedenti – mirava solo a privare Marduk del porto spaziale del Sinai e che né dèi, né persone avrebbero dovuto essere danneggiate da queste armi. «Anu, Signore degli dèi ebbe pietà della Terra», affermano gli antichi documenti. Scegliendo Nergal e Ninurta per portare a termine la missione, gli dèi misero bene in chiaro che lo scopo era limitato e vincolato alle condizioni.


Ma le cose non andarono così. La legge delle “Conseguenze Involontarie” si dimostrò vera e di una portata catastrofica. Dopo la calamità che causò la morte di un numero infinito di persone e la desolazione di Sumer, Nergal dettò a uno scriba fidato la propria versione degli eventi, cercando di uscirne “pulito”. Questo lungo testo è conosciuto con il nome di Epopea di Erra, perché fa riferimento a Nergal con l’epiteto di Erra (l’Annientatore) e a Ninurta come Ishum (“Colui che fa bruciare”).

Possiamo mettere insieme la storia aggiungendo a questo testo ulteriori informazioni che reperiamo da altre fonti sumere, accadiche e bibliche. Scopriamo così che non appena venne presa la decisione, Nergal si precipitò al dominio africano di Gibil per trovare e recuperare le armi, senza attendere Ninurta. Per sua sfortuna Ninurta aveva saputo che Nergal non aveva tenuto fede al patto che riguardava i limiti all’uso delle armi, e che le avrebbe usate in maniera indiscriminata per sistemare faccende personali. 
«Distruggerò il figlio e lascerò che il padre lo seppellisca; poi ucciderò il padre e farò in modo che nessuno lo seppellisca», aveva detto Nergal. Mentre i due discutevano, vennero a sapere che Nabu si stava preparando all’attacco: «Partì dal suo tempio per schierare tutte le sue città; si diresse verso il Grande Mare; entrò nel Grande Mare e sedette su di un trono che non era il suo». 

Ninurta
Nabu non soltanto stava convertendo le città orientali, ma stava conquistando anche le isole del Mediterraneo imponendosi come loro sovrano. Negal/Erra sostenne allora che non bastava distruggere il porto spaziale: bisognava distruggere anche Nabu e le città che si raccoglievano intorno a lui. Con questi due obiettivi Nergal e Ninurta presero in considerazione un altro problema: la distruzione del porto spaziale avrebbe messo in allarme Nabu e i suoi seguaci, inducendoli alla fuga. 

Riesaminando i propri obiettivi trovarono una soluzione: si sarebbero divisi. Ninurta avrebbe attaccato il porto spaziale; Nergal avrebbe attaccato le vicine “città peccatrici”. Ma subito dopo aver raggiunto questo accordo Ninurta ci ripensò; insistette sulla necessità di avvisare non solo gli Anunnaki che si trovavano nelle infrastrutture spaziali, ma anche alcuni popoli: «Valoroso Erra,» disse rivolgendosi a Nergal, «vuoi tu distruggere il giusto insieme all’ingiusto? Vuoi tu distruggere coloro che hanno peccato contro di te insieme a coloro che non ti hanno fatto niente?».

Nergal/Erra, così affermano i testi antichi, si convinse: «La parola di Ishum piacque a Erra come olio pregiato». E fu così, che una mattina i due, spartendosi le sette armi nucleari, partirono per la missione estrema:

Allora l’eroe Erra incalzò
Ishum
Ricordandogli le sue parole.
E anche Ishum si mise 
in azione, 
in ossequio alla
parola data,
ma col cuore oppresso
dall’angoscia.

I testi che abbiamo a disposizione ci riferiscono persino l’identità di coloro che colpirono i diversi bersagli: «Ishtum diresse i  suoi passi al Monte più Alto» (grazie all’epica di Gilgamesh sappiamo che il porto spaziale si trovava dietro questo monte). «Ishum alzò la sua mano: ed ecco il monte crollò […]. Ciò che si innalzava verso Anu per essere lanciato avvizzì, la sua faccia svanì, il luogo fu desolato». In un’unica esplosione nucleare, la mano di Ninurta annientò il porto spaziale e le sue infrastrutture. Il testo antico descrive anche ciò che fece Nergal: «Desiderando emulare Ishtum, Erra seguì la Strada dei Re e distrusse le città della valle, le città si tramutarono in desolazione».

Mar Morto
I suoi obiettivi erano stati le “città peccatrici” i cui sovrani avevano formato l’alleanza contro i Re dell’Est, la pianura a sud del Mar Morto. E fu così che nel 2024 a.C. vennero fatte esplodere armi nucleari nella penisola del Sinai e nella vicina pianura del Mar Morto, radendo al suolo il porto spaziale e le Cinque Città. Sorprendentemente (ma solo fino a un certo punto se Abram e la sua missione a Canaan vengono considerati sotto quest’ottica), è in questo evento apocalittico che si fondono le narrazioni bibliche e i testi mesopotamici.

Grazie ai testi mesopotamici che fanno riferimento a questi tristi fatti sappiamo che, come richiesto, gli Anunnaki di guardia al porto spaziale erano stati preavvisati: «I due [Nergal e Ninurta] istigati a commettere il male, gettarono da parte i suoi guardiani; gli dèi di quel luogo lo abbandonarono – i suoi custodi salirono alla cupola del cielo». Ma mentre i testi mesopotamici sostengono che i due «insieme fecero fuggire gli dèi, che si misero in salvo dalla distruzione», non fanno capire se anche i popoli delle città maledette erano stati avvisati in anticipo. 

In questo caso, però, è la Bibbia a fornire i dettagli mancanti: leggiamo infatti nella Genesi che sia Abram che suo nipote Lot erano stati davvero avvisati in anticipo – non altrettanto gli altri residenti delle “città peccatrici”. La storia della Bibbia, oltre a gettare luce sugli aspetti “distruttori” di questi eventi, contiene dettagli che chiariscono alcuni aspetti in merito agli dèi e alle loro relazioni, in particolare con Abram. 

La storia ha inizio nel capitolo 18 della Genesi, quando Abram, ormai novantanovenne, seduto all’ingresso della sua tenda, nell’ora più calda del giorno, «alzò gli occhi»  e vide che «tre uomini stavano in piedi presso di lui». Pur se vengono descritti come Anashim, ossia “uomini”, avevano tuttavia qualcosa di insolito, perché Abram si precipitò fuori dalla tenda e si prostrò al suolo –definendosi loro servo – lavò loro i piedi e offrì loro del cibo. I tre uomini, si evince in seguito, erano esseri divini. Quando partirono, il loro capo – identificato come il Signore Dio – decise di rivelare ad Abram qual era la loro missione: stabilire se Sodoma e Gomorra erano davvero città peccatrici, al punto tale da giustificarne la distruzione. 

Mentre due dei tre proseguirono verso Sodoma, Abram si avvicinò e si rivolse al Signore con parole identiche a quelle del testo mesopotamico: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio?» (Genesi 18, 23). Ciò che segue è una incredibile contrattazione fra Dio e l’uomo. «Forse ci sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?», chiese Abram a Dio.

Sodoma e Gomorra
Ricevuta risposta positiva proseguì poi imperterrito: «Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». E proseguì poi scendendo a quaranta, trenta… fino a dieci. «Poi il Signore, come ebbe finito di parlare con Abram se ne andò e Abram ritornò alla sua abitazione.» Gli altri due esseri divini (la continuazione della storia nel capitolo 19 li chiama Malachim, letteralmente “emissari”, ma in genere tradotti come “angeli”) giunsero a Sodoma in serata. 

Gli eventi di quella notte, purtroppo, confermarono senza ombra di dubbio la scelleratezza e il peccato di quella città; fu così che all’alba i due esortarono Lot, nipote di Abram, a fuggire insieme alla sua famiglia, perché «il Signore sta per distruggere la città». La famiglia esitava e chiese ancora un po’ di tempo; uno degli “angeli” accordò loro il permesso di ritardare la distruzione fino a quando Lot e la sua famiglia non si fossero messi al sicuro nelle montagne. «E Abram andò di buon mattino al luogo dove si era fermato davanti al Signore; contemplò dall’alto Sodoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace

Abram aveva novantanove anni; poiché era nato nel 2123 a.C., quell’episodio si colloca nel 2024 a.C.


Z.SITCHIN

martedì 17 ottobre 2017

L'USO DELLE ARMI NUCLEARI NEL 2024 A.C. - LA GUERRA DEI RE

Liberare le “armi di distruzione in massa” in Medio Oriente si identifica con il timore dell’avverarsi delle profezie di Armageddon. Rattrista il fatto che quattromila anni fa l’escalation del conflitto fra divinità – non fra uomini – portò all’uso di armi nucleari proprio in quella regione. E se c’è mai stato un atto più deplorevole con conseguenze del tutto imprevedibili, fu proprio quello.


Ormai è assodato che la prima volta che vennero usate le armi nucleari sulla Terra non fu nel 1945 d.C. a Hiroshima e a Nagasaki, bensì nel 2024 a.C. L’evento è stato descritto in una serie di testi antichi dai quali è possibile ricostruirne dettagli e retroscena, inquadrando il tutto nel giusto contesto.


Quelle fonti antiche includono la Bibbia ebraica: infatti Abram, primo patriarca ebreo, fu testimone oculare di quella terribile calamità.

La Guerra dei Re, fallendo di sottomettere le “terre ribelli”, demoralizzò gli Enliliti e imbaldanzì i Mardukiti, ma poi, seguendo le istruzioni degli Enliliti, Ninurta iniziò a cercare un’infrastruttura spaziale alternativa all’altro lato del mondo: nell’odierno Perù, in Sud America. 

I testi indicano che lo stesso Enlil era solito allontanarsi da Sumer perlunghi periodi di tempo. I movimenti di questi dèi fecero sì che gli ultimi due re di Sumer, Shu-Sin e Ibbi-Sin, mutassero le proprie alleanze e iniziassero a rendere omaggio a Enki a Eridu, sua roccaforte sumera. Le assenze degli dèi allentarono anche il controllo sulla “Legione Straniera” di Elamiti e i documenti parlano di “sacrilegi” da parte di questi mercenari. Uomini e dèi erano sempre più disgustati da ciò che vedevano. 

Marduk, in particolare, era furioso. Gli erano giunte voci di saccheggi, di distruzioni e di profanazioni della sua amata Babilonia. Ricorderemo che l’ultima volta che vi era stato, era stato convinto dal fratellastro Nergal ad andare via in pace fino al momento in cui il Tempo Celeste non avesse raggiunto l’Era dell’Ariete. Acconsentì ad andarsene solo dopo aver ricevuto la solenne parola di Nergal che nulla sarebbe stato distrutto o dissacrato a Babilonia, eppure accadde esattamente il contrario.

Marduk si infuriò per la profanazione del proprio tempio per mano degli “indegni” Elamiti: «Del tempio [fecero] una tana per orde di cani, un nido per stridule cornacchie, che volando, lasciavano cadere il loro fetido sterco». Da Haran Marduk levò un grido ai grandi dèi: «Fino a quando?». Non è ancora giunto il Tempo, si domandava nella sua autobiografia profetica: 

O grandi dèi, 
ascoltate i miei segreti
Mentre mi allaccio la cintura, 
ricordo le mie memorie.
Sono il divino Marduk, 
un grande dio.
Fui mandato via per i miei peccati,
tra le montagne andai.
Per molte terre ho vagabondato,
da dove sorge il sole fino adove tramonta.   
Fino alle cime della 
terra di Hatti 
sono andato.
Nella terra di Hatti 
ho domandato a un oracolo,
volevo sapere del mio trono
e della mia signoria;
Lì [ho domandato]: «Fino a quando?».

«Ventiquattro anni là ho dimorato», proseguiva Marduk; «i miei giorni di esilio sono finiti!» Il tempo è giunto, disse, per fare rotta verso la sua città (Babilonia), «ricostruire il mio tempio, la mia dimora eterna». Iniziando a vaneggiare, parlò di vedere il suo tempio, l’E.SAG.IL (“Casa la cui cima è alta”) levarsi come una montagna su di una piattaforma a Babilonia, chiamandolo “La casa della mia alleanza”. 

Lui già vedeva Babilonia nel suo pieno splendore, con un re scelto da lui, una città piena di gioia, una città benedetta da Anu. I tempi messianici, profetizzava Marduk, «scacceranno il male e la sorte malvagia, portando l’amore di una madre a tutta l’umanità». L’anno in cui si completò il soggiorno di ventiquattro anni ad Haran fu il 2024 a.C.; coincideva con i settantadue anni trascorsi dal momento in cui Marduk aveva accettato di lasciare Babilonia e di aspettare il tempo celeste dell’oracolo.

L’invocazione “Fino a quando?” di Marduk, rivolta ai Grandi Dèi, non era fine a se stessa, perché la leadership degli Anunnaki era costantemente impegnata in consultazioni, di natura sia formale che informale. Allarmato dal deteriorarsi della situazione, Enlil fece ritorno in fretta e furia a Sumer e fu scioccato nell’apprendere che le cose non andavano bene nemmeno a Nippur. Ninurta venne convocato per rendere conto della mala condotta degli Elamiti, ma questi addossò ogni colpa a Marduk e a Nabu.


Z.SITCHIN