Cerca nel blog

mercoledì 4 luglio 2018

DOVE ANDARONO GLI ANUNNAKI QUANDO LASCIARONO LA TERRA?

Non esistono testi redatti da testimoni oculariche riguardino i veicoli e ivoli di Nazca; ci sono, come abbiamo visto, testi che provengono da Haran e da Babilonia che riguardano i voli che, senza dubbio, arrivavano nel Luogo dell’Atterraggio in Libano. Le testimonianze oculari relative a quei decolli e ai veicoli degli Anunnaki includono anche la testimonianza del profeta Ezechiele e le iscrizioni di Adda-Guppi e di Nabunaid.

La conclusione inevitabile deve essere che, almeno tra il 610 a.C. e il 560 a.C., gli dèi anunnaki partirono con una certa regolarità dal pianeta Terra.

Dove andarono quando lasciarono la Terra?

Doveva essere, naturalmente, un luogo dal quale Sin poteva tornare relativamente presto, qualora avesse cambiato idea. Il luogo era l’antica Stazione di Passaggio su Marte, dove facevano scalo le astronavi in grado di viaggiare su lunga distanza, per poi ripartire alla volta di Nibiru.

Come spiegato in dettaglio ne Il pianeta degli dèi, la conoscenza dei Sumeri del nostro sistema solare includeva anche il riferimento all’uso di Marte come Stazione di Passaggio da parte degli Anunnaki.

Questo si evidenzia da una notevole raffigurazione su un sigillo cilindrico risalente a 4.500 anni fa e ora conservato nel museo dell’Hermitage di San Pietroburgo, in Russia (vedi figura sopra), che mostra un astronauta su Marte (il sesto pianeta) che comunica con uno sulla Terra (il settimo pianeta contando dall’esterno verso l’interno); fra di loro, nei cieli, si vede una navicella spaziale.

Beneficiando della forza di gravità di Marte, che è inferiore rispetto a quella della Terra, gli Anunnaki si erano resi conto che era più semplice e anche più logico trasportare il personale e i loro carichi a bordo di navicelle dalla Terra a Marte e poi da lì ripartire alla volta di Nibiru (o viceversa).

Nel 1976, quando queste teorie vennero presentate per la prima volta ne Il pianeta degli dèi, Marte era ancora considerato un pianeta ostile, senza atmosfera, senza acqua e senza vita, e l’ipotesi che un tempo avesse potuto esservi una base spaziale era sembrata ancora più assurda all’establishment scientifico della stessa ipotesi degli “Antichi Astronauti”.

Quando, nel 1990, venne pubblicato L’Altra Genesi, la NASA disponeva ormai di una serie di fotografie e di risultati di varie scoperte, tali da consentirmi di scrivere un intero capitolo intitolato “Base spaziale su Marte”.

Era ormai assodato che un tempo Marte avesse acqua, e c’erano anche foto di resti di mura, di strade e di una struttura con diramazioni, simile a un terminal aeroportuale (vedi le due foto sopra che mostrano queste strutture) oltre, naturalmente, alla famosa “Faccia” (figura sotto).

Sia gli Stati Uniti sia l’Unione Sovietica (oggi Russia) compirono grandi sforzi per raggiungere ed esplorare Marte con navicelle senza equipaggio; a differenza delle altre missioni spaziali, quelle su Marte – il cui numero è stato incrementato dall’Unione Europea – hanno incontrato un’inquietante serie di fallimenti, fra cui anche scomparse inspiegabili e anomale di navicelle spaziali.

Ma negli ultimi venti anni, grazie agli sforzi continuativi, un numero sufficiente di navicelle americane, sovietiche ed europee, senza equipaggio, sono riuscite a raggiungere ed esplorare Marte, così che le riviste scientifiche – gli stessi san Tommaso degli anni ’70 – hanno pubblicato numerosi rapporti, studi e foto che dimostrano che Marte aveva e ha ancora una sottile atmosfera; che un tempo aveva fiumi, laghi e oceani e che ha ancora acqua, in alcuni punti al di sotto della superficie, in alcuni casi addirittura visibile sotto forma di piccoli laghi congelati, come mostrano i titoli di giornali nella figura seguente.

Nel 2005 il Mars Rover della NASA ha riportato prove chimiche e fotografiche che supportano queste conclusioni. Insieme ad alcune foto del Rover in cui si vedono resti di strutture – un muro ricoperto di sabbia del quale si distinguono chiaramente gli angoli (figura seguente) – queste prove erano sufficienti per dimostrare quanto affermato: Marte poteva essere – e fu – una Stazione di Passaggio per gli Anunnaki.

Era il primo “scalo” degli dèi in partenza, come conferma il ritorno relativamente rapido di Sin.

Chi altri partì?

Chi restò?

Chi potrebbe tornare?

Sorprendentemente, alcune delle risposte provengono proprio da Marte.




* Per approfondire l’argomento delle costruzioni su Marte, confrontare il capitolo “Base spaziale su Marte” in L’Altra Genesi [N.d.T.].



Z. SITCHIN

domenica 10 giugno 2018

TIWANAKU (TIAHUANACU): LA BAALBEK DEL NUOVO MONDO

Quando gli Anunnaki, guidati da Ea/Enki, sbarcarono sulla Terra per estrarre l’oro necessario a proteggere l’atmosfera del loro pianeta, avevano programmato di estrarlo dalle acque del Golfo Persico. Quando si resero conto che le quantità estratte non erano sufficienti, spostarono le operazioni di estrazione nell’Africa sud orientale e fusione e raffinazione nell’E.DIN, la futura Sumer. Il loro numero aumentò fino a 600 sulla Terra senza contare i 300 Igigi a bordo di una navicella che fungeva da “traghetto”, con base su Marte, da dove era più facile lanciare l’astronave diretta a Nibiru.

Giunse poi Enlil, fratellastro di Enki, rivale nella successione, e a lui venne affidato il comando delle
operazioni. Quando gli Anunnaki si ammutinarono nelle miniere, Enki suggerì di creare un “Lavoratore Primitivo”; questo compito venne portato a termine elevando geneticamente un ominide presente sulla Terra. Poi gli Anunnaki «videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero» (Genesi 6), e furono proprio Enki e Marduk a infrangere il tabù.

Quando giunse il Diluvio, fu perché Enlil, infuriato, disse: «Che i Terrestri periscano per i loro abomini». Ma Enki, usando “Noè”, mandò a monte il piano. L’umanità sopravvisse, proliferò e,
con il trascorrere del tempo, le venne concessa la civiltà. Il Diluvio che spazzò la Terra inondò le miniere d’oro in Africa, ma portò alla luce una vena madre del prezioso metallo nelle Ande, in Sud America, consentendo agli Anunnaki di estrarre quantità di oro maggiori e più rapidamente, senza più bisogno di fonderlo e raffinarlo, perché l’oro del giacimento alluvionale – pepite di oro puro –rotolava giù lungo i fianchi delle montagne: bisognava solo setacciarlo e raccoglierlo.

Consentì anche di ridurre il numero di Anunnaki sul nostro pianeta. Nel corso della loro visita di stato sulla Terra nel 4000 a.C. circa, Anu e Antu si recarono nel paese dell’oro scoperto dopo il Diluvio sulle sponde del lago Titicaca e contestualmente venne ridotto anche il numero di Nibiruani sulla Terra. Fu altresì l’occasione per sancire accordi di pace fra i due fratellastri rivali e il oro clan in guerra.

Puma Punku
Ma mentre Enki ed Enlil accettarono di buon grado le divisioni territoriali, il figlio di Enki, Marduk, non rinunciò mai alla lotta per la supremazia, che includeva anche il controllo degli antichi siti legati allo spazio. Fu allora che gli Enliliti iniziarono a costruire porti spaziali alternativi in Sud America. Quando, nel 2024 a.C., il porto spaziale post diluviano nel Sinai venne annientato dall’olocausto nucleare, le installazioni in Sud America rimasero le uniche nelle mani degli Enliliti.

E così, quando i leader Anunnaki, frustrati e disgustati, decisero che era tempo di lasciare il pianeta Terra, alcuni poterono usare il Luogo dell’Atterraggio; altri, forse portandosi dietro un ultimo grande carico di oro, dovettero usare i porti spaziali del Sud America nei pressi del luogo in cui avevano soggiornato Anu e Antu durante la loro visita.

Come citato in precedenza il luogo – ora chiamato Puma Punku – si trova a poca distanza dal lago Titicaca (che si estende fra Perù e Bolivia). Il livello di questo lago si è ridotto, quindi, nell’antichità, Puma Punku – con le sue attrezzature portuali – si trovava proprio sulla costa meridionale del lago.

I suoi resti più importanti sono composti da una serie di quattro strutture collassate, ciascuna formata da un singolo masso gigantesco (figura sopra). Inizialmente ciascuna di queste serie di camere era completamente rivestita di lamine d’oro, tenute in posa da chiodi anch’essi d’oro: un tesoro di grande valore saccheggiato dagli Spagnoli allorché giunsero in quelle terre nel XVI secolo. Resta il mistero di come furono ricavate dalla pietra queste abitazioni, che mostrano tagli così perfetti, e di come vennero portate fin lì quattro rocce enormi. Ma i misteri non finiscono qui.

I repertiarcheologici venuti alla luce in questo sito includono anche un numero considerevole di blocchi di pietra tagliati, scanalati, angolati, ai quali è stata data una forma ben precisa; alcuni di essi sono raffigurati nella figura a lato.

Non c’è bisogno di una laurea in ingegneria per rendersi conto che queste pietre sono state tagliate, perforate e modellate da qualcuno in possesso di eccezionale know-how tecnico e di attrezzature sofisticate; a dire il vero ci chiediamo se sia possibile oggi eseguire queste stesse lavorazioni.

A complicare le cose, resta ancora il mistero della finalità di queste meraviglie tecnologiche: avevano una funzione che ci rimane oscura, tuttavia estremamente sofisticata. Se servivano come stampi per costruire strumenti complessi, quali erano – e a chi appartenevano?

Il primo pensiero corre, ovviamente, agli Anunnaki: solo loro infatti possedevano la tecnologia necessaria per fare questi “stampi” e per usarli o per usarne i prodotti finiti. La base principale degli Anunnaki si trovava ad alcuni chilometri all’interno del paese, in un sito conosciuto ora come Tiwanaku (in precedenza Tiahuanacu), che fa parte della Bolivia. Uno dei primi europei a raggiungerlo nel secolo scorso fu George Squier che, nel suo libro Peru Illustrated, descrisse il luogo come la “Baalbek del Nuovo Mondo” – un paragone più appropriato e calzante di quanto non immaginasse.

La Porta del Sole 
Arthur Posnansky, che esplorò il sito (Tihuanacu, the Cradle of American Man) giunse a straordinarie conclusioni relative all’età del sito stesso. Le principali strutture in superficie (ce ne sono moltissime sotterranee) includono l’Akapana, una complessa collina artificiale attraversata da canali e munita di condotte e paratie, la cui funzione è discussa in Gli dèi dalle lacrime d’oro. Uno dei luoghi più amati dai turisti è una porta in pietra, conosciuta con il nome di Porta del Sole, una struttura che continua a destare stupore, ricavata anch’essa da un unico masso, tagliato e modellato con la stessa precisione che ritroviamo a Puma Punku.

Probabilmente aveva una funzione astronomica e sicuramente una calendarica, come attestano le incisioni che compaiono sulla parte frontale superiore: si ritiene che la figura centrale e dominante sia quella di Viracocha, che tiene in mano l’arma fiammeggiante: ricorda Adad/Teshub del Vicino Oriente (figura sopra).

A dire il vero, in Gli dèi dalle lacrime d’oro ho ipotizzato che Viracocha fosse, in realtà, proprio Adad/Teshub.

Kalasasaya
La Porta del Sole è posizionata in modo tale da formare un’unità di osservazione astronomica con la terza struttura per importanza, chiamata Kalasasaya. Si tratta di una grande struttura rettangolare con un cortile interno ribassato e circondato da colonne di pietra ancora in piedi.

L’ipotesi di Posnansky, che il Kalasasaya servisse da osservatorio, è confermata dagli esploratori venuti dopo di lui. La conclusione alla quale era giunto (basata sulle linee guida dell’arche-astronomia di Sir Norman Lockyer), ossia che gli allineamenti astronomici del Kalasasaya erano stati costruiti migliaia di anni prima degli Inca, era talmente incredibile che istituzioni astronomiche tedesche inviarono team di scienziati per compiere accurati studi. 

Raffigurazioni sulla Porta del Sole
Il loro rapporto, e le successive verifiche (vedi rivista scientifica «Baesseler Archiv», vol. 14), affermavano, senza ombra di dubbio, che l’orientamento del Kalasasaya corrispondeva all’inclinazione della Terra nel 10.000 a.C. o nel 4000 a.C.

In Gli dèi dalle lacrime d’oro ho affermato che mi vanno bene entrambe le date: la prima si colloca immediatamente dopo il Diluvio, quando ebbero inizio le operazioni di estrazione dell’oro; la seconda coincide con la visita di stato di Anu.

Raffigurazioni ittite in Turchia

Entrambe le date corrispondono alle attività degli Anunnaki in quella regione e le prove della presenza degli dèi enliliti si trovano dappertutto. 

La ricerca archeologica, geologica e mineralogica sul sito e nell’area confermava che Tiwanaku serviva anche da centro metallurgico. 

In base alle diverse scoperte e alle immagini sulla Porta del Sole (figura sopra) e alla loro straordinaria somiglianza alle raffigurazioni negli antichi siti ittiti in Turchia (figura a lato) ho ipotizzato che lì le operazioni per estrarre oro (e stagno!)  avvenivano sotto la supervisione di Ishkur/Adad, figlio minore di Enlil.

Il dio Teshub degli Ittiti
Il suo dominio nel Vecchio Mondo era l’Anatolia, dove veniva venerato dagli Ittiti come Teshub, il “dio del tuono”, il cui simbolo era un fulmine a forma di forca; questo simbolo di così grandi dimensioni, enigmaticamente inciso sul fianco ripido di una montagna (figura a lato), si scorge dall’aria o al largo della Baia di Paracas, in Perù, un porto naturale che si trova in linea d’aria a poca distanza da Tiwanaku.


Soprannominato il “Candelabro”, questo simbolo è lungo 128 metri e largo 731 metri; le sue linee, ampie da 1,5 metri ai 4,5 metri, sono state incise nella roccia dura per una profondità di circa 60 centimetri: nessuno sa come, quando o da chi, a meno che non sia stato lo stesso Adad che voleva proclamare la propria presenza.


A nord della baia, all’interno nel deserto fra i fiumi Ingenio e Nazca, gli esploratori hanno trovato uno degli enigmi più intriganti dell’antichità, le cosiddette Linee di Nazca.

I disegno di Nazca
Dette anche “le opere d’arte più grandi del mondo”, sono disegni magistralmente eseguiti (occupano un’area di circa 321 chilometri quadrati) che si estendono a est dalla pampa (il deserto) fino alle montagne impervie.


“Qualcuno” usò il terreno come fosse stato un foglio sul quale tracciare una serie di immagini; i disegni sono così grandi che si distinguono solo dal cielo: raffigurano animali, animali immaginari e uccelli (figura a lato). I disegni sono stati fatti scavando nel suolo per alcuni centimetri e sono stati eseguiti con una linea unica – una linea continua che si piega e si curva senza mai ripassare su se stessa.


Chiunque sorvoli la zona (con piccoli aerei da turismo) giunge alla conclusione che “qualcuno” dal cielo ha usato un attrezzo che scavava il suolo per incidere il terreno.

Le linee di Nazca
Tuttavia le Linee di Nazca presentano un elemento ancora più inquietante, direttamente legato alla Partenza: “linee” che sembrano vere e proprie autostrade (figura a lato). Perfettamente diritte, queste linee piatte – a volte più strette, altre più ampie, a volte brevi, a volte lunghe – corrono per valli e colline, indipendentemente dalla morfologia del terreno.

Esistono circa 740 linee “diritte”, a volte combinate con “trapezoidi” triangolari (figura sotto). Si attraversano frequentemente l’una con l’altra senza apparente motivo, a volte sovrapponendosi ai disegni degli animali, rivelando così di essere state fatte in periodi successivi.

Diversi tentativi dirisolvere il mistero delle Linee, inclusi quelli fatti di recente da Maria Reiche, che ha dedicato loro la vita, sono falliti ogni qualvolta si cercava una risposta “ordinaria”, del tipo: “sono opera dei primi peruviani” del popolo di una “cultura Nazca” o di “una civiltà Paracas”…

Studi (inclusi quelli della National Geographic Society) che miravano a scoprire orientamenti astronomici delle linee stesse – allineamenti con solstizi, equinozi o con una qualche stella – non sono approdati a nulla. L’enigma rimane irrisolvibile per tutti coloro che escludono la soluzione degli “Antichi Astronauti”.

Pur se le linee più larghe sembrano piste di aeroporto lungo le quali rollano gli aerei in decollo (o in atterraggio), sicuramente non era questa la loro funzione, fosse solo per il fatto che le “linee” corrono diritte su di un terreno non livellato, ignorando colline, fossati e burroni.

A dire il vero, più che servire per atterrare, sembrano il risultato di veicoli che, in fase di decollo, lasciavano sul terreno linee create dallo scarico dei motori.

I pittogrammi sumeri (DIN.GIR), che raffiguravano gli dèi dello spazio, mostrano chiaramente che le “camere celesti” degli Anunnaki emettevano questi scarichi (figura seguente).

Questa, suggerisco, è la soluzione dell’enigma delle Linee di Nazca: Nazca fu l’ultimo porto spaziale degli Anunnaki. Lo usarono dopo la distruzione di quello nel Sinai e poi servì loro per l’ultima partenza.


il DIN. GIR numero




Z,SITCHIN